Il Commento

Ir Amim, i loro occhi sul muro

di Lorenzo Kamel

Gerusalemme – 14 marzo 2009

L’appuntamento è fissato di prima mattina al Liberty Bell Park, in un sabato plumbeo, gelido e ventoso che ben si abbina al carico di sofferenza che di lì a pochi minuti avremmo toccato con mano. A illustrarci una realtà intrisa di dolore sono i ragazzi di Ir Amim, un’organizzazione israelo–palestinese, finanziata in parte dall’Unione Europea. Le loro posizioni, incarnate da un ragazzo israeliano di trentacinque anni, sono aperte al dialogo, in un’epoca, la nostra, in cui il realismo sembra lentamente scomparso sotto il peso delle ideologie, dei fanatismi, delle strumentalizzazioni.

Campo Profughi

Il nostro tour è il frammento di una guerra. Un conflitto quotidiano che al posto dei fucili e dei razzi è scandito dai mattoni, dalle gru, dalla burocrazia. Il team di Ir Amim intende mostrarci per quale ragione la creazione di enclavi ebraiche nel cuore dei quartieri palestinesi rappresenti quella che loro percepiscono come una “bomba a orologeria”. «Gli insediamenti ebraici costruiti lungo i confini municipali di Gerusalemme sono problematici – ci spiega Eldad Brin, la nostra guida – perchè contraddicono la tesi del governo [israeliano] secondo la quale il muro di separazione non è altro che una barriera di sicurezza che verrà rimossa il giorno in cui le condizioni lo permetteranno. In realtà le continue costruzioni di nuove unità abitative sono pensate per essere permanenti e, a differenza della barriera, non possono essere facilmente rimosse. Lo scopo è quello di creare un fait accompli, una realtà sul campo che non potrà essere modificata. Circa 55.000 residenti, un quarto del totale della popolazione palestinese di Gerusalemme, saranno separati dalla città come risultato del completamento della costruzione della barriera. Ciò pone una seria questione alla pretesa di quanti sostengono che siano solo motivazioni legate alla sicurezza ad aver influenzato il percorso del muro. In realtà esistono considerazioni di ordine politico e demografico che un approccio senza preconcetti non può non considerare».

Scritte sul muro


La costruzione della barriera lungo i confini comunali della città ha ignorato l’evoluzione che, nel corso degli anni, ha interessato il tessuto sociale. Il percorso della barriera ha inoltre ottenuto alcuni risultati non previsti. Un gran numero di palestinesi con il permesso di residenza a Gerusalemme, una volta trovatisi fuori dai nuovi confini tracciati dal muro, hanno scelto di tornare all’interno della città, verso ovest. In questo modo, invece di favorire uno status quo favorevole alla componente ebraica (attraverso l’esclusione di popolosi centri abitati arabi), il muro ha innescato l’esito inverso, spingendo un numero consistente di palestinesi a migrare in quartieri a maggioranza ebraica, con evidenti ripercussioni su una coesistenza già di per sè difficile.
Il muro al quale si fa riferimento ha contribuito in maniera importante a far diminuire gli attentati terroristici palestinesi. È un dato statisticamente provato. Tuttavia non si può omettere il fatto che si tratta, com’è accaduto per altri “muri” della storia, di un palliativo che non risolve e forse acuisce le fondamenta del problema. Basta trascorrere pochi giorni, o anche ore, in compagnia degli esseri umani che lí abitano per rendersene conto. Basta informarsi sui quartieri di provenienza degli attentatori che negli ultimi mesi hanno usato i bulldozer per mettere in atto una nuova odiosa forma di terrorismo.
Transitando nel campo profughi di Shu’afat tocchiamo con mano la disperazione. Si tratta dell’unico campo profughi presente a Gerusalemme. Per descriverlo la nostra guida ci chiede di fornirgli un termine migliore di “ghetto”. Questa disastrata enclave, emblema di un doloroso passaggio dalla povertà al sottosviluppo, è stata paragonata da alcuni a una piccola Striscia di Gaza a due passi dal cuore di Gerusalemme. Con la differenza che questo campo non ha mai, fino ad oggi, rappresentato una minaccia legata alla sicurezza. Pur trovandosi all’interno dei confini municipali della città, il campo profughi di Shu’afat, così come anche il quartiere Kufr ‘Abeq, ne è stato tagliato fuori: «Poichè gli abitanti di Shu’afat sono legalmente cittadini di Gerusalemme – prosegue Eldad Brin – rappresentano una minaccia demografica a una capitale ebraica dello stato d’Israele. In passato Israele ha provato a ignorare l’esistenza di Shuafat e oggi sta portando a termine una barriera che esclude Shu’afat e i suoi residenti da Gerusalemme».

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Pagina modificata Tuesday 21 September 2010