Il Commento

Reportage dal villaggio di Nil’in

di Lorenzo Kamel
Nil’in, Cisgiordania – 13 Novembre 2009

Originariamente pubblicato su Osservatorioiraq

Nil’in è ormai da alcuni anni uno dei luoghi più difficili della Cisgiordania. È qui che la scorsa settimana, in concomitanza con l’anniversario dei vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, è stata abbattuta una piccola porzione di quella che in Israele è conosciuta come la “barriera di separazione” e che nei territori palestinesi percepiscono come il “muro dell’apartheid”. Dal 2002 a oggi in questo piccolo villaggio palestinese della Cisgiordania, a circa trenta chilometri da Ramallah, sono state uccise cinque persone e oltre 450 sono rimaste ferite. Tra queste Tristan Anderson, 38 anni, attivista e fotografo statunitense, il cui caso ha fatto il giro del mondo.

Come ogni venerdì, Ni’lin è teatro delle manifestazioni contro il muro che taglia il villaggio. Da una parte i soldati dello Stato ebraico, dall’altra attivisti palestinesi, europei e israeliani: “Il muro ha diviso in due il mio appezzamento di terra – spiega Mohammad Ameera, un contadino della zona – non posso più lavorare. Non mi interessa la politica. Voglio solo l’acqua e la terra necessaria per il sostentamento della mia famiglia”.

Mentre Mohammad parla, il lancio di gas lacrimogeni si fa più fitto e gli attivisti continuano a scagliare sassi contro le camionette dei soldati: “Non solo il muro ha tagliato fuori un terzo della terra del nostro villaggio – prosegue Ameera – ma in più le armi usate per disperderci stanno inquinando la nostra acqua e i nostri raccolti. Oggi sono costretto a importare le olive da fuori, una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Consideriamo le olive come voi italiani considerate la pasta. Sono la base della nostra alimentazione”.

Nei dialoghi intercorsi con le persone del luogo l’aspetto dell’inquinamento dell’acqua e della terra è un tema molto ricorrente: “Vedi l’insediamento appena dopo il muro? – domanda un ragazzo giovanissimo – Direi una bugia se dicessi che non provo molta rabbia. Ma la rabbia viene in un secondo momento. Prima c’è la consapevolezza che anche loro sono esseri umani come noi. Anche loro soffrono le conseguenze del continuo utilizzo dei gas lacrimogeni e delle altre sostanze usate per disperdere le nostre manifestazioni. Giorno dopo giorno diventa sempre più un inferno. Per tutti”.

Tra le rocce dei campi nei quali prendono vita gli scontri sono presenti decine di cartelli con sopra esposta la foto di Yasser Arafat. La ragione non sta solo nelle recenti commemorazioni dell’ex leader di al–Fatah, deceduto l’11 novembre del 2004: “Poteva piacere o meno – puntualizza Adnan, un ragazzo di circa vent’anni – ma era un leader e veniva rispettato. Abu Mazen, al contrario, non è in grado di parlare alla sua gente. Figuriamoci con gli interlocutori esterni”.

La lotta tra Fatah e Hamas ha causato decine di morti negli ultimi anni, ma in questo piccolo fazzoletto di terra le divisioni tra le due fazioni palestinesi sembrano un argomento secondario: “La risposta è chiara, visibile a chiunque – spiega Khaled Kasab Mahameed, un avvocato di Nazareth –   Il sindaco di Nil’in è legato ad Hamas eppure ovunque si possono trovare foto di Arafat e simboli riconducibili ad al–Fatah”.

Lasciamo il fronte degli scontri e ci addentriamo all’interno del villaggio. Il clima è spettrale. Case fatiscenti, spesso con segni visibili di passati scontri armati, scritte sui muri, strade sporche. Un carretto passa e il suo proprietario propone con il megafono la residua frutta di cui dispone. I pochi introiti sui quali l'asfissiata economia della comunità di Nil’in può contare provengono da Israele. Sono infatti numerosi i lavoratori palestinesi che passano il check–point e si guadagnano da vivere nello Stato ebraico.

Non è l’unico paradosso. Un altro è legato alla lingua. I palestinesi di Nil’in, così come quelli del resto della regione, usano molto spesso parole ebraiche quando imprecano contro qualcuno o qualcosa. Quando vogliono dire una “parolaccia” utilizzano la lingua del nemico. Lo stesso accade a parti inverse: gli israeliani usano quasi sempre termini arabi quando vogliono offendere. Ironia della sorte di due popoli che si odiano, ma i cui destini e le cui culture sono inestricabilmente legate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Tuesday 21 September 2010