Il Commento

Sul campo, al di là dei pregiudizi

di Lorenzo Kamel
Gerusalemme – 18 Dicembre 2009

A un occhio distratto israeliani e palestinesi, per quanto in attrito, sembrerebbero vivere gomito a gomito sulla stessa terra. È un’illusione fuorviante. In gran parte dei casi vivono nei loro rispettivi microcosmi senza volersi o, ancora più spesso, potersi neanche parlare a vicenda. Cosa glielo impedisce? Centinaia di attentati terroristici, la maggioranza dei quali contro civili, che hanno plasmato la forma mentis delle persone; capillari posti di blocco che impongono una separazione, tanto fisica quanto mentale; innumerevoli sanguinose operazioni militari (che hanno colpito presunti terroristi, ma anche migliaia di civili) accumulatesi nei decenni; un’alienante barriera in cemento armato alta otto metri, che piú che dividere israeliani e palestinesi ha separato alcuni palestinesi da altri palestinesi; reti stradali spesso diverse per i due popoli; discriminazioni sociali manifestate in varie forme e, soprattutto, una diffidenza reciproca difficile da scalfire.
Centinaia di volontari provenienti da molte parti del mondo sono impegnati ogni giorno in progetti concreti per cambiare una realtà che ai più sembra immodificabile. Alcuni sono spinti da pregiudizi ideologici. Altri, come Francesco Rigamonti, cooperante di Ucodep (Unità e Cooperazione per lo Sviluppo dei Popoli), si spendono anima e corpo per far fronte ai problemi di ogni giorno. Lo abbiamo incontrato per comprendere i problemi di tutti i giorni, quelli che spesso restano fuori dai servizi e dagli articoli proposti dai giornali e dalle televisioni.

In quali progetti è impegnato Ucodep in quest’area del mondo?
UCODEP ha due settori principali di intervento, agricolo e socio–culturale. Per quanto riguarda il settore agricolo, lavoriamo principalmente nel settore dell’allevamento. I nostri progetti sono rivolti a sostenere con iniziative di emergenza e di sviluppo i pastori palestinesi, tentando di affrontare in maniera organica i problemi a cui devono fare fronte. In particolare UCODEP lavora su quattro fronti: accesso agli input necessari per la produzione (mangimi e aree di pascolo), servizi veterinari e riproduttivi (per esempio inseminazione artificiale), sostegno al marketing dei prodotti caseari (produzioni casearie tipiche e di formaggi) e sostegno alle iniziative associative dei pastori; in particolare attraverso il sostegno ad una ONG di pastori, unica nel suo genere in Palestina.
Siamo inoltre impegnati nel settore dell’infanzia, con particolare attenzione alla promozione dei diritti dei ragazzi e alla organizzazione di attività ricreative e culturali nel campo musicale.

Nello specifico qual è il suo compito?
Mi occupo di un progetto di emergenza finanziato dall’Unione Europea attraverso la Direzione Generale degli aiuti umanitari (ECHO). Il progetto ha come obiettivo principale quello di sostenere i pastori che vivono nel sud del Governatorato di Hebron, in una zona chiamata Massafer Yatta e nella adiacente area beduina. Queste aree vivono una situazione particolarmente difficile a causa della siccità. L’emergenza climatica ha reso più difficile una realtà che era già notevolmente complicata per motivi politici. Le comunità interessate dal progetto sorgono infatti interamente in zona C, ovvero sotto totale controllo israeliano, e sono sostanzialmente circondati da insediamenti israeliani. Non hanno accesso all’acqua e all’elettricità in maniera continuativa e le tradizionali aree di pascolo sono inaccessibili a causa dell’espansione degli insediamenti e perché parte dell’area in questione è una zona utilizzata per esercitazioni militari da parte dell’esercito israeliano.
Attraverso il nostro lavoro forniamo mangime per animali, assistenza veterinaria ed un progetto pilota di inseminazione artificiale per migliorare la qualità dei greggi. In aggiunta vengono forniti semi che gli allevatori possono piantare per produrre foraggio e ridurre la dipendenza dai mangimi industriali.

Le sue precedenti esperienze?
Ho lavorato nei territori palestinesi dal 2004 al 2006. In seguito, dopo alcune esperienze in Libano e in Sri Lanka, sono tornato nel paese l’anno scorso, nel 2008.

Qual è la situazione dell’economia palestinese in West Bank?
L’economia palestinese risente fortemente della situazione politica. La mancanza di stabilità politica e l’occupazione tendono a dissuadere gli investitori, sia esteri che palestinesi. Ci sono numerose attività commerciali, ma manca un tessuto produttivo forte e stabile. L’imprenditoria privata tende a concentrarsi sui servizi e l’economia in generale è fortemente dipendente da quella israeliana.
I prodotti israeliani invadono il mercato palestinese. Inoltre vi sono numerose barriere commerciali e di “sicurezza” che vincolano l’ingresso dei beni palestinesi, non solo sul mercato israeliano in genere, ma anche a Gerusalemme Est.

Un aspetto che generalmente la gente ignora o sottovaluta della situazione in West Bank?
La continua espansione degli insediamenti che prosegue nonostante la pressione della Comunità Internazionale.

Di cosa hanno maggiore bisogno i palestinesi in West Bank?
Più che di aiuti umanitari e di sviluppo avrebbero bisogno di un sostegno politico forte da parte della comunità internazionale, per arrivare a creare le premesse di uno stato indipendente e sovrano.

Qual è l’impatto del muro sull’agricoltura?
Nelle aree dove lavoro la costruzione del muro non è stata ancora completata. Tuttavia più che di muro in sé è necessario parlare del complesso di “apparati di sicurezza” che alla costruzione del muro sono collegati: requisizione di terre, limitazioni ai movimenti in certe aree e così via. Il muro, nelle aree dove sto lavorando, è un problema meno grave rispetto a queste politiche secondarie.   

 


Pagina modificata Tuesday 21 September 2010