Il Commento

Le donne di Gerusalemme

di Lorenzo Kamel

Gerusalemme - agosto 2008

Jamal ha vent’anni. Seguiamo alcuni corsi di ebraico nella stessa classe: è il più giovane di tutti noi. Fin qui, nulla di particolare. Jamal però è palestinese, musulmano praticante. Ha scelto la Hebrew University di Gerusalemme per portare avanti la sua formazione e conoscere la lingua, la cultura e le tradizioni di quelli che ancora oggi continua a considerare i suoi “nemici”.
In un’altra parte del mondo vent’anni sarebbero un’età talmente giovane, “malleabile”, da lasciare ampi margini per possibili cambiamenti nell’approccio verso il prossimo, l’altro.
Qui, tuttavia, il tempo sembra seguire lancette diverse. Anni di sofferenze e sangue, da entrambe le parti, hanno creato muri mentali ormai radicati.
«Me’ayin ata?» Da dove vieni? Questa fu la prima domanda che Orna, una docente, pose ad ognuno di noi all’inizio dei corsi. «Vengo dalla Palestina. Sono di Al Quds [Gerusalemme in arabo]». Rispose Jamal. «Vieni da Yerushalayim [Gerusalemme in ebraico], da Israele», replicò sicura Orna.
Piccole e grandi “incomprensioni” come questa sono all’ordine del giorno; scandiscono la vita della città con una cadenza che, soprattutto a Gerusalemme est, la parte della città in mano araba fino alla Guerra del ’67, sembra infinita.
Il fatto che a un palestinese come Jamal sia permesso di studiare, per un qualsiasi conseguimento accademico, all’interno di quello che è il fiore all’occhiello dell’intellighenzia ebraica nel mondo, è un dato importante, da non sottovalutare. Quando ne provo a discutere con Adnan, un tassista palestinese sulla cinquantina, la sua replica è quasi stizzita: «Ti sembra che questo possa in qualche maniera risolvere o attenuare quello che abbiamo subìto?».
Non entro nel merito della questione. Leggi il dolore sul volto di questa gente e capisci che devi solo fare silenzio. E ascoltare. Così decido di “captare” ogni piccolo input. Quello di Boaz, che mi spiega che «Gerusalemme è citata nelle Sacre scritture ebraiche più di settecento volte. Mai, al contrario, nel Corano». Quello di Rashid, che mi ricorda il «rapporto di nove/dieci abitanti arabi per un ebreo» che si registrava all’inizio del secolo scorso nell’area oggi composta da Israele, Striscia di Gaza e Cisgiordania. Quello di Joseph, «arrabbiato nel vedere il mondo indifferente al terrorismo che colpisce ogni anno centinaia di civili israeliani».
Decine di testimonianze. Decine di punti di vista. Un costante comun denominatore: l’astio e il risentimento.
Lo spiraglio di speranza che cercavo, quello di cui tutti prima o dopo abbiamo bisogno, me lo hanno fornito le donne. Anche in questa parte del mondo queste ultime sembrano infatti filtrare la realtà con più sensibilità. Più sentimenti e meno violenza, verbale o fisica che sia. Pur quasi “assuefatte” al dolore, le donne sembrano guardare e parlare del “nemico” con più indulgenza, come se fossero in grado di vedere prima l’essere umano che hanno davanti e solo poi il potenziale rivale da combattere.
Mina, Laila, Alona, Suad e Batya mi hanno parlato soprattutto di idee e progetti. Meno dei continui scontri quotidiani. E allora ripenso a Eleanor Roosevelt: «Le grandi menti parlano di idee, le mediocri di fatti, le piccole di altre persone».

 

 

 

 


Pagina modificata Tuesday 21 September 2010