Il Commento

Encounter, ponti in Terra Santa

di Lorenzo Kamel
Gerusalemme – 5 agosto 2009

 

Ilana Sumka

«I muri non durano per sempre».

Papa Benedetto XVI ha lasciato un messaggio preciso al termine del suo pellegrinaggio in Terra Santa.

Muri fisici, ma anche e soprattutto muri mentali. Sono propri questi ultimi ad essere il bersaglio contro il quale si battono i ragazzi di Encounter, un’organizzazione, nata negli Stati Uniti, intrisa di ideali e concretezza.

Ogni mese Encounter porta 40 partecipanti ebrei (soprattutto statunitensi) ad incontrare gruppi di palestinesi all’interno delle loro comunità.

Un piccolo “messaggio ponte” in un’area del mondo in cui l’odio reciproco sembra quasi sempre avere la meglio.
A un occhio distratto israeliani e palestinesi, per quanto in attrito, sembrerebbero vivere gomito a gomito sulla stessa terra: è un’illusione fuorviante. In gran parte dei casi vivono nei loro rispettivi microcosmi senza volersi o, ancora piú spesso, potersi neanche parlare a vicenda. Cosa glielo impedisce? Centinaia di attentati terroristici (la maggioranza dei quali contro civili) che hanno plasmato la forma mentis delle persone, capillari posti di blocco che impongono una separazione (tanto fisica quanto mentale), innumerevoli sanguinose operazioni militari (che hanno colpito presunti terroristi, ma anche migliaia di civili) accumulatesi nei decenni, un’alienante barriera in cemento armato alta otto metri che piú che dividere israeliani e palestinesi ha separato alcuni palestinesi da altri palestinesi, reti stradali spesso diverse per i due popoli, discriminazioni sociali manifestate in varie forme e, soprattutto, una diffidenza reciproca difficile da scalfire.
Per comprendere questa realtà ho incontrato Ilana Sumka, direttrice di Encounter nell’area mediorientale.

Dov’è nata?
Negli Stati Uniti, in North Carolina, il 31 maggio 1975. Da qualche anno vivo a Gerusalemme.

Di cosa si occupa?
Sono direttore esecutivo dell’organizzazione Encounter. Curo l’area mediorientale.

Qual è il suo background culturale?
A 14 anni la mia famiglia si trasferì in Kenia. Vivendo 4 anni in Africa cambiai il mio modo di vedere le cose passando da una prospettiva americanocentrica ad un’altra più internazionale. Ho sempre cercato il giusto equilibrio tra le mie radici ebraiche e il mondo che mi circonda. Ho vissuto dieci anni a New York lavorando in diversi ambiti, dal politico all’aziendale, passando per lo sviluppo internazionale. Subito dopo mi sono trasferita a Gerusalemme.

Com’è nato il progetto Encounter?
Encounter è stato fondato da Miriam Margles e da Melissa Weintraub nel 2005.  L’idea era quella di portare esponenti di spicco del mondo ebraico a Betlemme, in modo da poter osservare da vicino “l’altra faccia della medaglia”. Il primo programma riscosse un successo tale che vennero subito richieste nuove iniziative.

Che genere di programmi organizzate?
Ogni mese portiamo 40 partecipanti ebrei ad incontrare gruppi di palestinesi all’interno delle loro comunità. Forniamo gli strumenti per far comprendere la realtà vissuta da questa gente. Lavoriamo per trasformare la paura in comprensione reciproca in modo da permettere ai leader della comunità ebraica americana di poter espletare il loro ruolo di operatori di pace.
In seguito i nostri partecipanti tornato negli Stati Uniti. Continuiamo a collaborare con loro in modo da integrare tali esperienze all’interno della comunità ebraica d’America. Le aree di attività spaziano dalla costruzione di relazioni tra ebrei e musulmani e tra arabi ed ebrei sul suolo americano, fino ad arrivare all’inclusione dei racconti palestinesi all’interno del sistema educativo israeliano.

Cosa l’ha motivata ad intraprendere questo lavoro?
In principio non avevo alcuna intenzione di esserne coinvolta! Ritenevo che gli israeliani e i palestinesi dovessero risolvere i loro attriti senza alcun intervento proveniente dagli Stati Uniti. Partecipai a un programma di Encounter nel maggio del 2006. Fu allora che realizzai quanto desiderassi giocare un ruolo attivo affinchè il coinvolgimento della comunità ebraica americana nel conflitto israelo-palestinese fosse all’insegna di una buona informazione e dell’empatia verso il prossimo.

Cosa ancora limita il dialogo tra palestinesi e israeliani?
Senza un apposito permesso la legge israeliana proibisce agli israeliani di viaggiare nelle aree della Cisgiordania controllate dai palestinesi. Allo stesso tempo proibisce ai palestinesi di recarsi in Israele senza un lasciapassare. Tali permessi sono difficili da ottenere. Per questa ragione è difficile per i palestinesi e per gli israeliani potersi incontrare sul posto. La gran parte degli incontri israelo-palestinesi avvengono fuori della regione. Ragioni politiche e sociali da entrambe le parti scoraggiano le relazioni oltreconfine.

Qualcosa che i visitatori occidentali ignorano della realtà palestinese?
L’ospitalità e la cultura palestinese sono incredibilmente caldi ed accoglienti. In qualsiasi casa mi trovi mi offrono succhi di frutta e dolci. Quando mi perdo nelle strade di qualche città molto spesso mi scortano direttamente sul posto che sto cercando.

Il prossimo evento che avete in cantiere?
Stiamo organizzando un programma chiamato “Come riportare le esperienze fatte in medioriente all’interno della tua comunità americana”. È un seminario formativo per insegnare, alla persone che partecipano ai nostri programmi, come condividere le loro esperienze. La maggioranza degli ebrei americani non ha mai incontrato alcun palestinese. Per tale ragione le persone che seguono Encounter riportano a casa un’esperienza unica nel suo genere.

Un aneddoto accaduto nel corso di una vostra iniziativa?
Siamo soliti dar vita a un gioco interattivo chiamato “salto nel cerchio”. Una serie di frasi vengono lette mentre un gruppo di 40 ebrei e 40 palestinesi sono disposti in un cerchio. Le persone saltano all’interno del cerchio quando una frase risulta vera ai loro occhi. “A volte ho paura quando sento parlare arabo”. Una volta, dopo aver sentito questa frase, numerosi partecipanti ebrei sono saltati all’interno del cerchio. Lo stesso hanno fatto alcuni palestinesi a proposito del sentir parlare in ebraico. Uno dei nostri partecipanti ebrei è stato profondamente colpito dal fatto che l’ebraico potesse generare una scintilla di paura. L’aveva sempre percepita come una lingua antica e spirituale. I palestinesi, al contrario, avvertono l’ebraico come la lingua dei militari israeliani. Ciò ha permesso a questa persona di capire a fondo la complessità della situazione sul campo.

Cosa pensa del concetto di “scontro delle civiltà”?
L’incontro tra diverse civiltà è all’insegna dello “scontro” solo quando gli individui temono le differenze. Quando trasformiamo la paura in curiosità, al posto di uno scontro abbiamo uno scambio di idee. Ciò non può essere altro che costruttivo.

Il terrorismo nasce dalla disperazione?
Non so da cosa nasca il terrorismo. Molte persone riescono a trasformare la disperazione in forme di azione non-violenta. La violenza non risolverà questo conflitto. È una nostra comune responsabilità quella di cercare un nuovo modo creativo per raggiungere una coesistenza su questa terra.

Com’è possibile raggiungere una maggiore comprensione tra le religioni monoteiste?
Il nostro modello integra gli elementi politici con i fattori personali e religiosi del conflitto. È facile, sulla carta, trovare somiglianze tra le tre religioni monoteiste. Più arduo è riconoscere le differenze e mantenere un genuino rispetto per le tradizioni dell’altro. Incoraggiando i nostri partecipanti ad onorare le proprie tradizioni, rispettando allo stesso tempo quelle degli altri, cerchiamo di creare una maggiore comprensione reciproca.

L’ultimo paese che ha visitato?
La Turchia, lo scorso gennaio. Ho apprezzato il fatto di trovarmi in un paese a maggioranza musulmana nel quale i valori del liberalismo e quelli della pratica religiosa sono bene integrati.

Una domanda che non ama?
Pensi veramente che qualcosa possa cambiare in medioriente?

Qualcosa che ha cambiato la sua vita?
Ero a Manhattan l’11 settembre del 2001. Guardare l’attacco al World Trade Center è stata l’esperienza più tragica della mia vita. Trovare intorno a me elementi di speranza e compostezza nelle fasi successive ha aperto i miei occhi a un modo totalmente nuovo di essere al mondo.

Un pensiero per concludere l’intervista?
Guardo avanti pensando al giorno in cui la Terra Santa raggiungerà il suo pieno potenziale; un suolo sacro in cui tutte le fedi e tutte le pratiche possano essere celebrate ed insegnate in sicurezza ed armonia.

 

«Trasformare la paura in comprensione». La missione degli israeliani anti-muro
Lorenzo Kamel - Europa, 5 agosto 2009

Pagina modificata Tuesday 21 September 2010