Il Commento

Aspettando il Santo Padre

di Lorenzo Kamel
Gerusalemme – 7 maggio 2009

 

Geries S. Khoury, figura di spicco della comunità cristiana palestinese di Betlemme, è ordinario di Teologia e Filosofia presso l’Università di Mar Elias (in Galilea). Nella veste di presidente del centro al–Liqa’ (in arabo significa «l’incontro») porta avanti dal 1982 progetti nel campo del dialogo interreligioso volti a creare un messaggio ponte tra cristiani, ebrei e musulmani. L’intervista è stata realizzata a Gerusalemme a pochi giorni dall’arrivo di Papa Benedetto XVI in Terra Santa.

 

Con quale spirito Betlemme si sta preparando a ricevere il Santo Padre?

«La visita di ogni Papa riveste per la nostra Chiesa locale, madre di tutte le chiese, un significato spirituale e un riconoscimento della presenza della comunità araba cristiana in Terra Santa. Betlemme, come tutte le altre città, attende con trepidazione la visita di Sua Santità. La Chiesa Cattolica ha sempre aiutato la chiesa locale ed è stata costantemente vicina alle sofferenze dei popoli che vivono su questa terra, adoperandosi affinchè la comunità internazionale trovi una soluzione giusta per il conflitto israelo–palestinese. Per questa ragione tutti aspettiamo il pellegrinaggio con amore e tanto rispetto. In particolare nel campo profughi di Aida, presso Betlemme, è in atto un lavoro febbrile per accogliere il Santo Padre. Tale visita riveste un forte valore agli occhi della nostra gente, in quanto percepita come solidarietà con la sofferenza di queste persone e, per estensione, con quella di tutti i profughi».



Benedetto XVI torna nei luoghi dove sono già stati Paolo VI e Giovanni Paolo II; quali i ricordi di queste visite precedenti?

«La trepidazione che avvertiamo è la stessa di quando in Terra Santa giunsero Papa Giovanni Paolo II e Paolo VI. Quest’ultimo con il suo pellegrinaggio ha lasciato delle tracce che hanno fatto storia, contribuendo molto alla chiesa e alla comunità locale. A lui si deve la fondazione dell’Università di Betlemme. Essa ha offerto tanti posti di lavoro e di studio, ai cristiani in generale e ai palestinesi in particolare. Spero che Sua Santità faccia anch’egli tutto il possibile affinché si apra un’università cattolica in Galilea. Mi auguro altresì che possa adoperarsi per la costruzione di un ospedale, sempre in Galilea, oltre che per la fondazione di un centro di ricerca sul ruolo degli arabi cristiani nella storia, sulla loro filosofia e teologia. Vorremmo avere gli strumenti per poter pubblicare migliaia di manoscritti per lo più sconosciuti, ma molto ricchi nei diversi campi letterari. Queste opere potrebbero offrire opportunità di lavoro e di ricerca, scongiurando il fenomeno dell’emigrazione. Quest’ultima è la minaccia più grande che attanaglia la continuativa presenza cristiana in Terra Santa».

 
Quale spinta potrà offrire la visita del Papa?


«In primis può rinvigorire la presenza cristiana in Terra Santa. Il rafforzamento della comunità locale non trae linfa solo dalla solidarietà materiale. La cosa più importante per il futuro di questa comunità è il raggiungimento di una pace giusta con Israele e la fondazione di uno Stato palestinese democratico e forte. Tra le varie cose ci piacerebbe ascoltare una parola di Sua Santità sul diritto al ritorno degli abitanti di due villaggi arabi cristiani in Galilea, Ikrit e Kufr Bir’am. Abbiamo fede nella guida della nostra chiesa».
 



 

Pagina modificata Tuesday 21 September 2010