Il Commento

Il caso Priebke e i sottili fili della memoria

di Pamela Priori (giugno 2007)

Stamattina, come molte mattine, ho attraversato Piazza Bologna, nota piazza di una città, Roma, che ormai considero, e come me molti non romani, la mia città di adozione. Ma stamane, nell’isteria dilagante che ormai contraddistingue la città nelle ore del giorno, noto che sui muri della piazza campeggia, qua e là, lo spray nero di una frase che dice: “Ben tornato capitano Priebke”.
Il capitano in questione è l’ex ufficiale delle SS, condannato all’ergastolo per il massacro delle Fosse Ardeatine, triste pagina della storia della capitale negli anni della guerra. Era il marzo 1944 quando il capitano nazista ordinava l’esecuzione di 335 persone.
Dopo le polemiche che ne avevano accompagnato l’estradizione dall’Argentina e la condanna nel 1998, in questi giorni il nome di Priebke, 93enne, torna d’attualità a causa del permesso di lasciare gli arresti domiciliari concessogli dall’ufficio militare di sorveglianza. Una decisione che ha provocato la reazione dei parenti delle vittime e della comunità ebraica romana e che è stata oggetto di una controversia nella quale sono intervenuti anche personaggi della politica. L’imbarazzo per la scelta del tribunale è trasversale e il disappunto espresso certo condivisibile. Eppure le valutazioni emerse in questi giorni se manifestano una puntuale e diffusa solidarietà morale con gli eredi delle vittime, mancano l’occasione di una più approfondita riflessione sul senso delle memoria, sulle modalità della sua formazione e trasmissione. Ed è a questo che “il nuovo caso Priebke” ci richiama.
Il limite dei contenuti delle dichiarazioni apparse sui quotidiani e trasmesse dai telegiornali sta nel considerare, ancora, la scelta del tribunale militare un’offesa esclusiva alla comunità ebraica. Così il ministro Mastella, che nel suo commento alla stampa ha affermato «Se facessi parte della comunità ebraica non sarei contento, ma anche come cittadino della Repubblica Italiana resto abbastanza perplesso». A questa affermazione ha fatto seguito la replica di Sandro Portelli, docente dell’Università La Sapienza di Roma e tra i più accreditati specialisti dell’eccidio del ’44, che ha scritto: «Questo è un atteggiamento gravissimo, non solo per il fatto elementare che alle Fosse Ardeatine sono stati ammazzati duecentosessanta esseri umani che non erano ebrei (e questo Mastella dovrebbe saperlo), e non possiamo fare carico alla sola comunità ebraica di tenere viva anche la loro memoria, ma anche e soprattutto perché le Fosse Ardeatine, e più ancora la Shoah, sono crimini contro l’umanità intera, non sono questioni private e bilaterali fa le vittime e i carnefici ma fra i carnefici e tutti noi. Ridurre tutto a una questione che riguarda gli ebrei non è un modo di esprimere loro solidarietà, ma un modo di lasciarli soli».
I muri di Piazza Bologna (ripuliti da una pennellata di vernice il 20 giugno, ndr) sono tristi e inquietanti testimoni di una diffusa crisi culturale e civile che le iniziative, pur lodevoli, dell’amministrazione Veltroni non sono sufficienti a neutralizzare, né ad arginare. Ogni anno gruppi di studenti romani, come di altri studenti italiani, risalgono il percorso dei treni della morte fino ad Auschwitz, la sua tragicamente nota stazione d’arrivo.
Altro, più ampio e complesso, è però il terreno sul quale vanno tessuti i sottili fili della memoria. Soprattutto oggi, ossia nel tempo in cui la scomparsa delle ultime generazioni di sopravvissuti a quel drammatico evento che ricordiamo come Shoah ci interroga sul come trasferirne il testimone a chi resta e a quelli che verranno, sul come “ricordare” e “non dimenticare”, sul come la consapevolezza del passato è costruttrice di senso e parte non eludibile nella formazione di identità collettive plurali, ma non frammentate. La riflessione deve necessariamente ripartire dall’idea che la Shoah, il momento più tragico in una lunga storia di persecuzione e repressione del popolo ebraico, appartiene alla storia dell’Europa intera. Perché la possibilità di raccogliere le sfide di una società contemporanea in rapida trasformazione e di combatterne le derive – la vicenda Priebke e i muri di Piazza Bologna ne sono un’allarmante e purtroppo non isolata manifestazione –, è anche legata alla capacità di riappropriarci della Shoah e della sua memoria come una vicenda che ci riguarda tutti. È questo l’unico terreno sul quale si costruisce la democrazia fattuale della convivenza civile e paritaria tra identità culturali, religiose, etniche diverse. Fuori da questa cornice la democrazia non è che una formula vuota.

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008