Il Commento

La lezione di Budapest

di Peter Sarkozy*

Dopo la sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese del 1956, Ignazio Silone ha pubblicato un articolo nell’”Express” di Parigi con il titolo La lezione di Budapest (poi ripubblicato nel suo volume Uscita di sicurezza), in cui ha preso posizione a favore dei ribelli contro le posizioni oltranziste della sinistra occidentale che parlava di “controrivoluzione” e del “pericolo di destra” – Silone nel suo saggio ha dimostrato che proprio gli intellettuali ribelli, ed i giovani operai combattenti hanno difeso gli interessi del popolo ungherese contro un potere bugiardo e fallimentare, che si salvava solo grazie ai carri armati sovietici.
L’indignazione di Silone potrebbe essere ripresa anche adesso, quando dopo una settimana di proteste per strada, i giornali della sinistra italiana (“la Repubblica” , “Corriere della Sera” ) parlano di nuovo solo di violenze, del pericolo di una svolta antidemocratica, e naturalmente i ribelli di nuovo sono tutti di destra, come nel '56 i rivoluzionari vennero chiamati semplicemente fascisti.
Ma che cosa è successo e che cosa succede in Ungheria? Il primo ministro ungherese del Partito Socialista Ungherese (un miliardario rosso alla Berlusconi, prima faceva segretario della Gioventù Comunista, adesso un “imprenditore di successo che si è sceso in politica…) è stato scoperto con le mani in sacco. Dopo le elezioni di maggio appena vinte, in una riunione segreta del Partito ha tenuto un discorso lungo, nel quale con parole volgari e brusche ha riconosciuto che lui ed il suo governo per quattro anni “non hanno fatto proprio niente”, ed hanno vinto le elezioni solo grazie a carte truccate e alle continue bugie. “Per due anni non abbiamo fatto niente tranne che abbiamo mentito giorno e notte.” Il discorso di mezz’ora è stato registrato da qualche suo avversario interno e, dopo tre mesi è stato spedito ai media, che hanno trasmesso e pubblicato il testo, pieno di parolacce, in cui il primo ministro chiama la sua patria “un paese di merda” (“kurva orszàg” – paese fottuto, o paese mignotta). Dopo la rivelazione del fattaccio, cioè che hanno vinto le elezioni con le bugie ed hanno portato il paese alla bancarotta economica, il primo ministro non si dimette, la maggioranza parlamentare non gli toglie la fiducia, perché solo loro, gli ex–comunisti “sarebbero capaci di realizzare le riforme” (hanno già deciso l’aumento di 20% delle tasse, del prezzo del gas e della luce, dei medicinali, il licenziamento di massa degli impiegati statali ecc.) e di salvare l’economia, che in realtà hanno portato alla rovina proprio loro durante un pessimo governo di quattro anni.
Naturalmente per le strade di Budapest la gente è scesa per protestare, e le manifestazioni durano ormai da 10 giorni. La gente (ed i partiti dell’opposizione) chiedono le dimissioni del primo ministro e del governo, la costituzione di un governo di tecnici fino alle nuove elezioni. Certo, nei primi due giorni delle manifestazioni, c’erano anche delle violenze. (Al posto dei “black block” a Budapest sono intervenuti i tifosi delle due maggiori squadre di calcio, ed hanno distrutto l’ingresso della Televisione Pubblica che ripeteva le bugie del primo ministro.) Ma tutte le violenze non hanno raggiunto i livelli di una dopo partita Roma–Lazio, per non parlare degli avvenimenti di Genova del G8. Eppure la stampa della sinistra in Ungheria ed in Occidente parla solo di vandalismo, del “pericolo di destra” e non delle elezioni truccate e del fallimento dei post–comunisti al potere. In Occidente non riescono a capire che i cosiddetti “socialisti” dell’Est non seguono le tradizioni della sinistra dell’Europa Occidentale, invece sono i successori del ex–partito di stato, cioè il partito “dei padroni”, e proprio l’opposizione, chiamata da loro “destra populista” sta difendendo gli interessi dei lavoratori ungheresi, dei dipendenti statali, gli interessi nazionali contro la nuova oppressione dell’economia globale. Per questo vengono chiamati “nazionalisti”, e lentamente arriviamo all’epiteto di Togliatti: “fascisti” .
Proprio come nel lontano 1956. Anche allora la rivoluzione esplose contro le bugie di un regime corrotto e fallimentare, contro una dittatura di stato, e sboccò in una guerra d’indipendenza contro i carri armati sovietici. Ma per l’Occidente anche allora era importante solo lo “status quo” europeo. I governi occidentali hanno assistito alla repressione crudele della ribellione del popolo ungherese, e per quarant’anni hanno sostenuto un governo ungherese guidato da un bugiardo assassino, come lo fu Jànos Kàdàr. Ma ormai la “bella Ungheria” di Dante non vuole essere “più malmenata” da nessuno. Né dai nuovi politici rampanti e bugiardi, né dalla stampa occidentale, che accetta tutto “purché ci sia ordine nel mondo”. Gli ungheresi invece vogliono la libertà e seguono le parole del grande poeta (socialista), Attila Jòzsef, il quale in una sua poesia ci ammoniva così: “Libertà , vieni e genera tu l’ordine per me / Ammaestra tuo figlio, con dolcezza / e lascialo pure a giocare.” (Aria, 1935)

Peter Sarkozy
Docente di Letteratura Ungherese dell’Università di Roma, La Sapienza

 

 

 

Pagina modificata Thursday 23 October 2008