Il Commento

Ricordare Jaochim Fest

di Giulia Frontoni

Dem Gedanken an die Sterblichkeit verdankt die Welt eine Vielzahl unsterblicher Werke.
Jaochim Fest

Nell’ultima settimana molti giornali, in particolar modo quelli tedeschi, hanno dedicato ampi spazi a reportage e a lunghi articoli per ricordare lo storico Joachim Fest, spentosi l’11 settembre nella sua casa di Kronberg, sulle colline del Taunus, in Assia. Da questo luogo, in cui già da molti anni ha scelto di vivere l’èlite culturale e politica moderata tedesca, Fest aveva sempre continuato a partecipare attivamente alle accese discussioni storico–politiche che prendevano vita in Germania e di cui spesso lui era il più alto esponente conservatore.
Proprio delle ultime settimane era stato il giudizio più critico e aspro sulle ammissioni del “nemico” di sempre: Günther Grass. Nella sua autobiografia Sbucciando la cipolla, Grass aveva reso pubblico il suo arruolamento volontario nelle SS sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Molti lo hanno tacciato di opportunismo e falsità per i suoi trascorsi e per la sua “dimenticanza” durata  sessanta anni, ma la critica di Fest non ha colpito tanto la tardiva ammissione del premio Nobel, quanto l’arroganza di aver giudicato gli altri tacendo su se stesso.
I due si erano spesso scontrati proprio sul ruolo del ricordo del nazismo nella Germania contemporanea e del modo in cui confrontarsi con esso. Mentre Grass si scagliava con veemenza contro rinascite patriottiche in Germania che secondo lui nascondevano il seme di uno spirito nazionalista di reminiscenza nazista, Joachim Fest era sempre stato la voce pacata, che non smetteva mai di ricordare ai tedeschi i loro trascorsi.
Nato a Berlino nel dicembre del 1926, studente di diritto, storia e sociologia a Francoforte e Friburgo, Fest aveva conosciuto in prima persona l’isolamento, le minacce, la povertà a cui li aveva costretti la scelta del padre, un borghese che non era voluto scendere a patti con il regime di cui non condivideva l’ideologia e le azioni. La sua scelta di entrare nell’esercito per evitare l’arruolamento coatto nelle SS, come ebbe a dire in diverse occasioni, non fu accettata dal padre (Guai a chi accetta il minimo compromesso con il tiranno), sebbene dopo la guerra i due ebbero modo di riappacificarsi l’uno perché non aveva sbagliato e l’altro perché aveva ragione.
Quegli anni di dolore, in cui Fest aveva visto la borghesia scendere sempre più in basso e tradire se stessa seguendo Hitler, non solo lo segnarono come uomo, ma lo spinsero anche ad interessarsi del fenomeno, fino a diventare il massimo biografo del Führer e dei suoi uomini, così come il più grande narratore della borghesia prussiana.
Con l’insuperata biografia di Hitler, pubblicata nel 1973, Fest fece scalpore perché aveva messo in risalto le caratteristiche del personaggio, oscurando però le circostanze storiche che ne avevano favorito l’ascesa. Allo stesso modo il suo libro “La disfatta” (Garzanti, 2005), da cui fu tratto il film “La caduta” con Bruno Ganz, suscitò aspre critiche per il modo poco severo e forse troppo accondiscendente con cui aveva descritto gli ultimi giorni del dittatore tedesco. Come ebbe a chiarire in un’intervista, lui guardava ad Hitler come un naturalista studia un insetto sotto il microscopio. Con distanza, freddezza e analisi pacata.
Nonostante spesso fosse una voce isolata che riecheggiava negli ambienti conservatori, le sue parole raramente restavano inascoltate e animavano grandi dibattiti. Nella sua ricerca storica Joachim Fest era mosso da un’inesauribile necessità di raccontare soprattutto alle giovani generazioni, affinché l’aspirazione alla normalità non portasse a dimenticare. Partendo da questo presupposto si può vedere in alcune sue decisioni, prese durante la  direzione alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, la volontà di provocare quanti sostenevano che ormai i tedeschi fossero maturi ed avessero superato il trauma del nazismo.
Pubblicando negli anni Ottanta l’assai criticato articolo di Ernst Nolte, Il passato che non passa, Fest lancia dalle colonne del suo giornale una sfida. Durante la Historikerstreik, che nacque proprio da questo articolo, l’allora direttore ebbe modo di chiarire la sua posizione più volte. Pur non condividendo le tesi sul nazismo ed Olocausto di Nolte, il quale vedeva la prima come reazione al bolscevismo e la seconda come conseguenza della guerra, l’allora direttore era però convinto che un paese che aspirasse ad essere democratico, o si ritenesse già tale, non potesse censurare le opinioni degli studiosi. La disputa dimostrò quanto la ferita nell’anima tedesca ancora non si fosse rimarginata.
Secondo il suo modo di vedere, il periodo nazista non riguardava la sfera della morale, ma riteneva che si potesse trarre un insegnamento da quegli anni. Anche per questo era importante continuare a studiare i personaggi e le situazioni anche nei loro inaspettati risvolti. La sua indagine storica non si per tanto era limitata alle figure di spicco del nazismo, ma si era ampliata anche a quanti avevano preparato l’attentato al Führer, tanto da valergli l’Eugen–Bolz–Preis nel 2004 per i suoi meriti nella elaborazione pubblicistica sulla Resistenza tedesca contro il regime nazista.
Jaochim Fest è morto poco prima della pubblicazione delle sue memorie, Ich nicht (Io no), il cui titolo richiama proprio la mancanza di collusione con il regime nazista nell’infanzia e nella gioventù. Con questo libro Fest si inserisce, quindi, in quella che si prospetta come l’ultima querelle storico–politica in Germania. Alla nuova discussione sulla responsabilità individuale e sul modo di affrontare il passato anche questa volta non mancherà l’opinione più alta e attesa del punto di vista conservatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008