Il Commento

La guerra da Gerusalemme: una nostra testimonianza

di Pamela Priori

15 luglio 2006 - 16 luglio 2006 - 31 luglio 2006

 

Sabato 15 luglio

8.54 sono ancora distesa nel letto, nella penombra silenziosa di questo sabato mattina –shabat a Gerusalemme ovest è la vita rarefatta, rallentata, è un letargo collettivo–, quando il cellulare trilla. Allungo il braccio e leggo sul display: Manu. Manu scrive: ho appena sentito il telegiornale: Hezbollah dichiara che sarà guerra totale; la Siria ha dato il suo pieno appoggio al Libano, che è completamente chiuso.

8.56: mi alzo, mi faccio un caffè ed esco all’aperto.

Come ogni shabat Gerusalemme è silenziosa. E come gli ultimi 8 mesi – i miei 8 mesi di Gerusalemme–, anche ieri, e ieri l’altro, la vita si trascina uguale. Se non ci fossero i giornali e le televisioni sembrerebbe che non stia succedendo nulla. Come negli ultimi 8 mesi ci si alza, si va a lavorare, all’università. Come negli ultimi 8 mesi si va al ristorante, al cinema –in questi giorni di festival del cinema è diventata una maratona–, si va a ballare, si beve nei caffè all’aperto.

Eppure qualcosa succede. Dopo Gaza, il Libano. Dopo il Libano, la Siria? E chissà che fra qualche giorno, o settimana, non mi ritrovi ad aggiornare questa lista, aggiungendovi il nome di paesi che evocano più temibili scenari.

È strano alzarsi la mattina in un paese che va alla guerra – la guerra! Si può immaginarla?! Si può immaginarla veramente?! Contare le ore che passano come le contavo 3 settimane fa. Vedere che la vita continua e si consuma nella sua consueta “normalità”. Qualche giorno fa in una pagina di quello che ha la pretesa di essere un “quasi diario” – non ho sufficiente disciplina per scrivere un diario rispettabile–, ho scritto “apparente normalità”. Oggi correggo l’apparente in "consueta". Perché? Perché 8 mesi di vita qui mi hanno insegnato che la guerra e la minaccia della guerra in questo angolo di mondo è normale, tragicamente normale. Mi hanno insegnato che la guerra e il suo amaro prezzo è nel conto.

La guerra: perché oggi il Medio Oriente torna a bruciare? Perché decine di civili muoiono sotto le bombe? Perché Israele colpisce l’aeroporto civile di Tel Aviv? Perché per salvare un giovane soldatino del suo potente esercito sacrifica la vita di tanti palestinesi e libanesi innocenti, indifesi sulle strade o raccolti intorno al tavolino all’ora di cena?

Queste domande semplici pesano, nella mia testa, come macigni!

Perché non si può riconoscere agli ebrei il diritto di vivere in Israele? Perché non si riconosce formalmente il diritto di Israele ad esistere –Israele esiste! Perché – sento ancora l’eco di alcuni commenti a proposito dei razzi piovuti su Haifa. Ero ad una cena della comunità italiana cosiddetta “internazionale” per celebrare la vittoria ai mondiali (“sono matti a sparare su Haifa? Ci sono gli arabi ad Haifa!” )–, la morte di un ebreo, di un israeliano civile, deve essere meno dolorosa della perdita di un civile arabo, quale che sia la sua nazionalità? Perché, a fronte di una guerra incombente, si esce per le strade di Damasco a festeggiare, brandendo bandiere dell’esercito di Dio e distribuendo pasticcini al pistacchio?

Perché questa disparità orribile di mezzi: Israele combatte la sua guerra ingiusta e sanguinaria con un esercito regolare e il Libano combatte la sua guerra ingiusta e sanguinaria con la guerriglia degli Hezbollah? È davvero solo una questione di infame disparità di mezzi o è più sottile? Non è più subdolo mandare in prima linea la guerriglia dell’esercito di Dio, bombe umane, piuttosto che un esercito regolare ad affrontare un altro esercito regolare?

Queste domande pesano, nella mia testa, come macigni!

È davvero una paranoia, il ritornello sulla minaccia di distruzione di Israele? O non c’è, al fondo di questo elemento basilare e centrale –se invece di ignorarlo facessimo lo sforzo di riconoscerlo eviteremo tanto pressappochismo spicciolo su Israele e la sua gente–, della psicologia collettiva israeliana ed ebraica, un fondo di verità?

L’altro ieri il mio amico israeliano Elad mi sollecitava a togliermi gli occhiali – i miei occhiali di europea–, per poggiare sul mio naso gli occhiali delle classi dirigenti e di parte della società civile arabo– mediorientale e rileggere il mondo intorno. Togliti i tuoi occhiali –mi diceva–, e mettine altri, vedrai come cambiano i risultati del tuo tentativo di comprensione di questo contesto.

Lo stesso giorno, qualche ora più tardi Ibrahim, un ragazzo palestinese, mi diceva che la sua classe dirigente sta sbagliando tutto. Che l’occupazione è dura, le condizioni di vita della gente sono misere, ma i palestinesi non otterranno mai, attraverso la violenza, il riconoscimento del loro diritto ad esistere come popolo entro i confini di uno stato sovrano. Ibrahim si spinge addirittura oltre e mette in discussione lo stato nazionale, ma questa è un’altra storia, è un’idea da fantapolitica che non attiene alla realtà.

Elad e Ibrahim sono coetanei e sono espressione di due società civili che stanno lì incastrate, tra il bisogno irriducibile di pace, di diritti, e la guerra. Lì incastrati nello spazio scomodo che corre tra la società civile e la politica dei governi.

Domanda: pur nell’approssimazione, che mi pare inevitabile, quanto la classe dirigente israeliana è responsabile dell’insolvibile questione mediorientale, e quanto di questa impossibile soluzione è responsabile la classe dirigente arabo–mediorientale? Il destino dei palestinesi è davvero la ragione scatenante di un conflitto non risolto e che oggi si rinnova in forme più tragiche e violente o, come già nel passato,  la vita dei palestinesi è solo l’oggetto di una ignobile strumentalizzazione? E perché, nel momento in cui chiediamo giustamente a Israele di abbassare il tiro, di risparmiare vite innocenti, non chiediamo con la stessa forza alle classi dirigenti arabe di assumersi la responsabilita del destino della loro gente?

Quando sono arrivata a Gerusalemme, 8 mesi fa, ho discusso, molto animatamente, con conoscenti ed amici ebrei della minaccia di distruzione di Israele e sull’antisemitismo: è reale, è una proiezione, è una paranoia? Mi sono accapigliata con loro. Loro tornavano a casa con le loro convinzioni, io con la mia. Dopo 8 mesi loro vanno di nuovo alla guerra. Dopo 8 mesi le mie convinzioni vacillano. Oggi sono meno definitiva e osservo questo popolo e mi interrogo.

Ieri sera ho fatto una passeggiata in città vecchia. Quanto è diversa con il calare del sole e le strade che si svuotano! Sono passata dal Kotel, quello che noi conosciamo come il muro del pianto. Alcune donne, nello spazio loro riservato, piangevano veramente. Dondolando sul bacino, piangevano e leggevano dalla Bibbia. Non so quale passo, ma in quel pianto c’era il dolore di un destino che si rinnova. Gli ebrei – me lo ha insegnato la vita qui–, attribuiscono un valore grande alla memoria. La loro memoria risale tenace gli anni, risale tenace i secoli. E per noi europei, che il valore della memoria lo stiamo perdendo –inghiottito dall’impero dal consumo e dell’individualismo esasperato–, è difficile capire.

Oggi sono meno definitiva. Guardo questo popolo e chi vive oltre il muro che Israele sta costruendo e mi interrogo. Guardo le immagini di Beirut che brucia, leggo i commenti dei giornali e cerco di trovare risposte definitive. Non le trovo. E mi chiedo se non solo quella dei palestinesi, ma anche quella degli ebrei non sia una forma di resistenza.

La mia amica Chiara mi chiede di non avere paura, di non mollare adesso. Non ho paura e non ho alcuna intenzione di lasciare Gerusalemme adesso. Soprattutto adesso.

Domada: perche non si parla di invio dei caschi blu, di un contingente di interposizione internazionale che costringa israeliani, palestinesi, mondo arabo a smettere di spararsi addosso? Questo sarebbe un atto di responsabilita internazionale. Che si intervenga e non ci si limiti a dare giudizi, a rilasciare altisonanti dichiarazioni. che si intervenga per fermare la violenza e che si inchiodino classi dirigenti e societa civile che abitano in questa parte di mondo ad un tavolo, invece che sul fronte di guerra?

Pamela Priori

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Domenica 16 luglio 2006

La guerra avanza e divora vite, energie, speranze. Continuano i bombardamenti e continua il conto dei morti: decine in Libano, tra cui i primi stranieri, almeno 9 oggi ad Haifa. Senza nominare i feriti.

Non riesco a togliermi dalla testa il suono animale della sirena, che mi ha raggiunta attraverso le immagini del telegiornale, che annunciava l’arrivo di altri razzi, altre bombe. Ad un tratto la vita cambia, si rovescia e la minaccia potenziale si materializza. È la guerra, è la morte.

Sto di fronte a tutto questo impotente, fragile, sopraffatta dalla mia vulnerabilità. Nella testa è un balletto senza sosta di pensieri, domande. Sono esausta anche di pensare. Mi consumo in un affannosa ricerca di senso, ma il senso in questa tragedia si perde. Anche se a Gerusalemme tutto scorre, come sempre. Strade gremite, caffè affollati, negozi aperti.

Ma c’è la guerra. E quando stamattina ho ricevuto un sms in cui mi si invitava a donare il sangue, mi sono sentita svuotata. Ero in mezzo alla strada e per fortuna i grandi occhiali neri hanno nascosto le lacrime. Donare il sangue per i feriti che arriveranno negli ospedali. Donare il sangue per chi ce la farà, ma anche per quelli che non ce la faranno. Questo sms è un pugno, uno schiaffo, un calcio in faccia. La guerra, che ho letto solo nei libri e vista rappresentata nell’eroismo da botteghino di Hollywood, ad un tratto mi passa davanti agli occhi nelle sue altre forme. Il suono della sirena, la corsa al riparo antiaereo, le strade deserte invase dal sole, la donazione del sangue, l’affronto di chi, ogni giorno, ripete la sua quotidianità come se nulla stesse accadendo. In Israele come in Libano. O forse, e lo realizzo solo adesso, è solo la vita che continua, perché chiede di continuare. Mentre si contano i morti.

Il conto dei morti. Il conto dei danni. La guerra è anche una questione matematica, non solo un disastro economico che brucia risorse, ma una questione matematica. In questo tragico conto vince chi accumula più morti. In alcuni commenti di persone che conosco come rappresentanti della cosiddetta “comunità internazionale” , ritrovo un fare ragionieristico che mi spinge a chiedermi: che ne è della compassione, della pietà che un corpo morto, senza divisa, dovrebbe evocare? Nella mia testa, e nel nodo che mi stringe la gola, i morti di questo conto sono tutti uguali.

Nella matematica ideologica che conta i morti non c’è spazio per la compassione e la pietà. Nella matematica ideologica ci sono morti che contano e morti che non contano. Nella matematica ideologica forse non c’è compassione e pietà neanche per i morti che contano. Io voglio sentire il dolore per tutti, indistintamente. Voglio sentire il dolore per i contadini (metafora dell’umanità senza responsabilità che paga il prezzo più alto), di cui oggi Yossi Sarid scriveva su haretz, in tre colonne pubblicate in prima pagina e titolate: Now the fruit will wait till it rots, adesso il frutto aspetterà fino a marcire. La frontiera israelo–libanese è fatta di campi, campi di frutti maturi che aspettano di essere raccolti. Israeliani e libanesi, resi nemici da una linea di confine, ma uguali nella loro quotidianità fatta del sudore della fronte nei campi, della paura degli scherzi del tempo. Si scrutano, oltre la linea di confine, dai loro villaggi “senza nome” , troppo piccoli per comparire sulle mappe geografiche: “ sto disteso sotto un albero, pensando al frutto che stava maturando anche dall’altra parte del confine. Pensavo ai contadini libanesi che guardavano i loro frutti dalla finestra, con il desiderio di raccoglierli. Me li ricordo dai tempi in cui vivevo lì. Sabato mattina mi sono fatto un caffè e ho guardato fuori dalla finestra aperta. Essi sono soliti stare lì, sulla montagna di fronte, a guardarmi. Mi farebbero un cenno con la mano, ed io risponderei loro con un altro cenno. Loro sapevano chi fossi; io sapevo chi erano – erano persone degli Hezbollah. Nel sud del Libano gran parte delle persone sono degli Hezbollah, che lo vogliano o meno, e che il nostro primo ministro, il ministro della difesa e il capo dell’esercito non commettano un errore: anche Loro hanno famiglie, e case, campi e frutteti, mele e pere e polli. Quando erano soliti stare sulle montagne, nei giorni di quiete, guardando, salutando,gridando – sembravano e avevano l’aria che hanno gli essere umani. Fin quando qualcuno lì impazzisce e li infetta con la sua pazzia; fin quando qui qualcuno impazzisce. Adesso il frutto aspetterà fino a marcire” .

La si può rappresentare diversamente la follia della nuova guerra tra Israele e il Libano? La si può rappresentare con tanta “poesia” la follia di questa guerra?

Pamela Priori

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Lunedì 31 luglio 2006

Oggi è stata un’altra giornata dura, tanto che me ne sto qui, senza energie, chiedendomi cosa succede intorno.

Sarebbe bello potersi prendere una vacanza dal mondo. Non solo bello, ma necessario.

Ieri in Libano sono morti 55 civili: bambini, donne, persone anziane.

Israele si scusa, ma a cosa servono le scuse?

La rabbia si moltiplica e divora tutto. Ieri a Beirut è stata assaltata la sede delle Nazioni Unite; ieri sera non lontano da Damascus Gate, qui a Gerusalemme, come a Tel Aviv si sono svolte manifestazioni di protesta; stasera ce ne è un’altra davanti al consolato americano e le serrande dei negozi del quartiere musulmano oggi sono rimaste abbassate in città vecchia.

55 volti, 55 paia di occhi, di gambe, di braccia, ridotte in un attimo  – un tempo che ci vuole più a pronunciarlo che a percepirlo–, in poltiglia. Mi chiedo che odore si respira intorno, quando 55 volti, 55 paia di occhi, di gambe e di braccia vengono ridotte in poltiglia.

È un’allucinazione. Mentre io continuo a prendere i pulman, a bere cappuccino al bar e drink in localini molto cool di Gerusalemme o in riva alla spiaggia a Tel Aviv, 55 volti vengono inghiottiti nel vuoto.

E non c’è una ragione, o almeno io non riesco a trovarla una ragione che mi dia quiete, anche temporanea, che mi consenta di respirare, che liberi i polmoni e la testa dall’apnea in cui tutto si annebbia.

Sarebbe bello prendersi una vacanza dal mondo. Non solo bello, ma anche necessario.

Yuval parte per la guerra. Se il cessate il fuoco appena proclamato evolvesse nella concreta possibilità di colloqui, forse questa altra di allucinazione ci verrà risparmiata.

Yuval è un “torello ” come dice Ilaria. Ilaria dice anche che Yuval è come un manon blanc, quella pralina belga di cioccolato al latte con l’involucro duro e la crema di burro morbida dentro. Yuval ha poco più di 25 anni e studia all’accademia d’arte di Gerusalemme. Ha le braccia forti e lo sguardo acuto Yuval e se la situazione non migliora domenica Yuval parte per la guerra.

Yuval dice che non è pronto, non è pronto né a morire né ad ammazzare altra gente. E non ha scelta. Da questo destino molto probabile si scappa soltanto dichiarandosi tossicodipendente. Qualcuno pensa che sia una soluzione.

Meglio una dichiarazione a vita sulla carta di identità che ci definisce tossicodipendenti, meglio una dichiarazione che ci riconosce non sufficientemente devoti alla difesa della patria e che renderà la vita un po’ più complicata in futuro – difficoltà a trovare un lavoro, tanto per cominciare. Ma è questa una soluzione? Questa è davvero una possibilità di scelta?

Ho deciso di non parlare più. Di scrivere e basta. E di dire quello che sento soltanto attraverso queste righe. Ho deciso di non parlare più di quello che accade qui, della guerra e della sua intrinseca follia, o del pensiero di un attentato che infiamma un angolo della città mentre io in quell’angolo ci sto seduta o lo attraverso.

Ho deciso per il silenzio. Perché la mia percezione della follia della guerra è necessariamente diversa dalla percezione che di questa follia hanno mio padre e mia madre e chi come loro la vede in televisione o la legge nei commenti dei giornali.

Per me la guerra è un viaggio di 1 ora in macchina verso nord; è la voce depressa di Omar che mi dà la notizia dei 55 morti in Libano; è la voce di Yuval, che mi dice che non è pronto né a morire né ad ammazzare.

Per me la guerra sono nomi, volti, voci, corpi. Per me la guerra è qualcosa di più intimo. Come la geografia di questa parte di mondo e chi ci vive è diventata qualcosa di più intimo e di più complesso. E forse questa intimità mi toglie lucidità e mi impedisce di vedere quello che da un salotto italiano è più facile vedere. Forse questa intimità confonde tutto: la protervia del più forte e la rabbia cieca del più debole. E forse è vero che ci sono morti che devono contare più di altri. Che ci sono atti più violenti e più immorali. Forse è vero che ci sono atti che possiamo e dobbiamo giustificare ed altri sui quali non possiamo che esprimere la più ferma condanna. O forse dovremmo condannare tutti gli atti violenti, indistintamente, perché non ci sarà mai fine alla violenza, mai, se non siamo pronti a condannarla, senza alcuna attenuante, qualsiasi forma essa assuma.

Il sole è ormai calato oltre l’orizzonte in Medio Oriente. 55 famiglie, o quello che ne resta piangono i loro morti; le madri dei soldati israeliani caduti la scorsa settimana domani porteranno sassi alle loro tombe; Omar continua a contare i morti sotto il cielo di Gaza; Yuval forse uscirà con gli amici, per tenere il pensiero della guerra lontano; e la madre di Yuval, cosa pensa, cosa sente?

Qualcuno mi scrive che sono troppo emotiva, che non sono lucida, è sicuramente cosi, ma da questa altra parte del mediterraneo non si respira la vostra stessa atmosfera.

Pamela Priori

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Pagina modificata Thursday 23 October 2008