Il Commento

Io sono un ragazzo molto fortunato

Intervista a cura di Chiara Lizzi – Medellin, ottobre 2006

Questa è la testimonianza di uno dei tanti giovani protagonisti della guerra e della disperazione che per anni ha afflitto e continua ad affliggere la Colombia. Tra la fine degli anni Ottanta e la fine dei Novanta nella sola città di Medellin, base del cartello di Pablo Escobar, sono stati commessi più di seimila omicidi all’ anno. Un’ intera generazione di giovani è stata sterminata negli scontri tra bande ed esercito.
Il racconto che segue, risultato di un colloquio svoltosi a Medellin, restituisce la drammaticità di una esperienza straziante che ormai da troppo tempo affligge quel paese dell’ America Latina e della quale non si parla se non in sporadiche occasioni. Nei limiti imposti da una traduzione non professionale si è cercato di restituire il contenuto della testimonianza nel modo il più vicino possibile al linguaggio del protagonista. (C. L.)

 

Da bambino mi ricordo che la domenica era un giorno di festa perché Pablito[1] veniva al “Barrio” [2] e regalava banconote a tutta la gente che lo aspettava impaziente fin dalle prime ore della giornata.
Immagini cosa significa per tante persone che non hanno niente da mangiare, niente o quasi da vestire e che neanche si sognano di tutto il resto, qualcuno che regala denaro. Tutti lo amavamo.
Il mio quartiere è stato per tanti anni la zona di tolleranza della città, dove tutti i malviventi si rifugiavano dalla polizia. Però vivono lì anche molte famiglie che sono state cacciate dai campi a causa della guerra per le piantagioni di foglia di coca. La mia è una di queste famiglie. Era difficile vivere in un posto come questo se non eri un componente di una delle bande che controllavano la zona. Io avevo la mia banda fin dagli 11 anni. È una questione di rispetto: per essere rispettati è indispensabile che ti temano.
Agli inizi degli anni Novanta, tutte le bande cominciarono ad affiliarsi alla guerra in corso tra esercito, narcotraffico e guerriglia. Pablo aveva favorito la costituzione di un esercito privato ed io entrai a farne parte: “Autodefensa Unida de Colombia” . Avevo 15 anni. La prova di ingresso è ammazzare a freddo una persona qualunque che ti indicano loro… Alle volte è solo un signore che passa per la strada ignaro. Da questo momento in poi potevamo mangiare tutti i giorni: io e tutta la mia famiglia. Alle volte anche carne due volte in una settimana. C’ è molta differenza tra sparare e sparare per ammazzare. La notte entravamo nei quartieri controllati dalla guerriglia e scaricavamo il fucile fino a terminare tutti i colpi… Solo allora aprivo gli occhi e si contavano i cadaveri e chi ne aveva persi di più tra te e il nemico. Altre notti la battaglia era nelle favelas, per determinare chi controllava una zona o per regolare i conti di qualche fatto accaduto.
Una mattina ero andato a prendere mio fratello minore che usciva da scuola. Lo aspettavo all’ angolo della strada e lui veniva sorridendo verso di me. Ad un tratto quattro ragazzi sono sbucati fuori da una stradina laterale e lo hanno accoltellato, uccidendolo di fronte ai miei occhi. Solo molto tempo dopo sono riuscito a sapere che erano di un gruppo di guerriglieri che vivevano nella zona ed ho potuto vendicarmi. Il mio fratellino aveva solo 9 anni.
Dopo qualche tempo nell’ AUC iniziarono ad affidarmi incarichi più specifici, pagati molto di più che combattendo in gruppo. Per ogni piastrina di un poliziotto, come prova per averlo ucciso, ricevevamo circa 300 dollari. Una fortuna per ragazzi di strada come noi. Ho costruito una casa per mia madre. Una casa vera, fatta di mattoni e con il tetto e tutto quello che serve per una casa vera. Un giorno però, mentre andavo ad un appuntamento con una macchina che avevo rubato per un’ operazione, una pattuglia della polizia ha cercato di fermarmi.
Ovviamente ho cominciato a sparare. Però ne ho ucciso uno solo e gli altri due hanno chiamato rinforzi e mi hanno preso. Ho ancora i segni di una pallottola che ho ricevuto sulla gamba.
Tre anni nel carcere di Bellavista di Medellin. E poi quattro ancora in un altro carcere di massima sicurezza. È stato molto duro, io non avevo neppure la barba in quell’ epoca. Bisogna sempre stare attenti a tutto in carcere, cercare di essere invisibile il più possibile… Alle volte ho dovuto accoltellare qualcuno che cercava di darmi baci e cose così.
Gli omicidi erano all’ ordine del giorno in quegli anni nel carcere. Il carcere era lo specchio della società: c’ erano padiglioni per i guerriglieri, quelli per i paramilitari e poi la delinquenza comune. Con la polizia a controllare tutto. Paramilitari e delinquenza comune spesso erano alleati contro la guerriglia. Ero tanto solo che parlavo con il Signore, così potevo immaginarmi che potesse ascoltarmi sul serio. È che la famiglia non ha i soldi per l’ autobus cittadino fino al carcere, così che la maggior parte dei detenuti non riceve visite che raramente. Io però vendevo marjuana e così potevo pagare ciò di cui necessitavo allo spaccio del carcere.
Fortunatamente la guerra è finita a Medellin e per noi ex combattenti è nata la legge detta di “pace e giustizia” che ti permette di uscire dal carcere e ricevere un indennizzo ed un lavoro se prometti di lasciare le armi e volerti reinserire nella società. Io faccio parte di questo progetto da circa 2 anni. Ora ho 29 anni e controllo in borghese una piazza della città…. Sono un ragazzo proprio fortunato, sono vivo e senza mutilazioni corporali e, poiché sono sveglio, ho scelto di stare dalla parte giusta e questo mi aiuterà. Saremo sempre i più forti, soprattutto a Medellin. Sai che il 50% di tutti i paramilitari che lasciano le armi vengono reinseriti a Medellin? Siamo una potenza.
Io però ora quello che spero è di trovare una ragazza carina e giovane con la quale fare un figlio… Non voglio morire prima di aver fatto un figlio, sai?

 

[1] Pablo Escobar n.d.r.

[2] Con questo termine i ragazzi di strada definiscono i loro quartieri bidonville.

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008