Il Commento

Una studentessa a Gerusalemme

Dalla “Sapienza” alla Al-Quds University

di Giulia Giorgi

La scelta di andare a Gerusalemme a studiare arabo non è forse la più comune fra gli studenti di questa materia, forse già potrebbe sembrare più scontata per uno studente di cooperazione e sviluppo...anche se al corso che ho seguito alla Al-Quds university ero l’unica.
Mi sono ritrovata in classe con studenti francesi, americani, olandesi, giapponesi in un contesto completamente internazionale, con persone che studiavano arabo per i motivi più svariati, da chi aveva parenti palestinesi a chi lavorava con la cooperazione francese. Il fatto di trovarsi in un ambiente del genere oltre a dare infinite possibilità di confronto, dalle idee politiche alla didattica dell’arabo, ha anche degli svantaggi, ossia può comportare il rischio di non entrare più di tanto in contatto con la comunità del posto. Infatti ho trovato questa mia seconda esperienza in Palestina\Israele completamente differente dalla prima, che è stata un campo di lavoro in un villaggio palestinese, quindi a contatto tutto il giorno con gli abitanti. Anche il tipo di persone che trovi in un corso universitario sono differenti da quelle dell’ambiente del volontariato a partire dal modo di rapportarsi con la comunità locale, a volte molto poco adatto se non addirittura irrispettoso. La prima cosa a mio parere quando si sceglie di andare a visitare un paese, qualsiasi esso sia, e che per di più ha una situazione politica precaria, è documentarsi sugli usi locali e informarsi da chi ha già avuto altre esperienze.
In particolare Gerusalemme ha una situazione completamente differente dalle altre città in Palestina\Israele, considerando che comunque ogni città ha una situazione completamente a se stante da una Hebron sotto occupazione pesante a una Tel Aviv città di villeggiatura sul Mediterraneo a una Haifa città mista. La “città santa” (o “maledetta” date tutte le vicissitudini che ha passato nei secoli) è abbastanza conservatrice e vi si trovano comunità ortodosse sia ebraiche che musulmane, ci sono cristiani ortodossi, cattolici, mormoni…bisogna quindi comportarsi di conseguenza, nel massimo rispetto di tutti.
Trovandomi quest’anno in città e non in un villaggio è ovviamente stato più difficile conoscere gente del posto, il mio ambiente (quello Hip-Hop in particolare della break-dance) mi ha dato una mano ancora una volta, mentre nel primo viaggio che ho fatto mi portò a conoscere dei ragazzi palestinesi che fanno rap, i DAM (che fra l’altro l’anno scorso abbiamo invitato a “La Sapienza” per un’iniziativa culturale) questa volta mi ha portato a conoscere ragazzi israeliani che ballano break-dance con cui mi allenavo almeno una volta a settimana. Diciamo che in questa esperienza mi sono trovata di più a contatto con la comunità israeliana (cosa che non era avvenuta l’anno passato) e ho imparato meglio a conoscerne la mentalità e le sue enormi divisioni interne. Infatti la prima cosa di cui ci si rende conto una volta arrivati sul posto è che tutto quello che si legge sui giornali o si vede in televisione non ci dà neanche una minima idea di quanto sia complicata la situazione, a mio parere raffigurata bene dell’immagine di due specchi rotti. Il primo problema che salta all’occhio è la mancanza di comunicazione fra le due parti per non parlare poi delle differenze interne a ognuna di queste, come fra palestinesi che vivono all’interno dei “territori occupati” e quelli che vivono in Israele fra Israeliani aschenaziti, sefarditi  e falascia, giusto per citarne alcune e non entrare in un discorso che non avrebbe più fine.
Comunque un ruolo importante è stato svolto anche dall’università che ci ha permesso di fare esperienze molto interessanti come parlare con delle famiglie che hanno avuto vittime a causa del conflitto, visitare campi profughi e conoscere le organizzazioni che li gestiscono, per non parlare della stessa sede centrale della Al-Quds university (a Abu Dis vicino Gerusalemme) difficilissima da raggiungere per gli studenti a causa della costruzione del “muro di separazione” e il cui campus rischia di essere diviso in due a causa di quest’ ultimo.
Nonostante l’atmosfera a Gerusalemme sia abbastanza pesante, sicuramente non al livello di città sotto occupazione come Qlaqilia o Nablus, questo viaggio mi ha fatto capire ancora di più quanto sia grande il mio interesse oltre che per la situazione politica, anche per le culture che convivono (che sia accettato meno, è un dato di fatto) su questa terra, tanto che la prossima volta che ci tornerò sarà per studiare ebraico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008