Il Commento

Dove va la Russia di Putin?

di Nicola Caforio - Roma, 9 marzo 2007

Seguendo l’ormai consueto appuntamento settimanale di incontri formativi della Biblioteca del Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea della Facoltà di Lettere e Filosofia – Scienze Umanistiche, venerdì 9 marzo del corrente anno gli studenti hanno incontrato il giornalista Giulietto Chiesa. Il medesimo, ausiliato dalla presenza della professoressa Castelli e dal professor Bevilacqua ha risposto al quesito dell’incontro “dove va la Russia di Putin?”. Il prologo dell’intervento di Chiesa è entrato subito nel merito della questione. Attraverso la citazione di un recente sondaggio della “ You Russian Service” di proprietà di Mikhail Khodorkovsky (magnate ed oligarca russo attualmente in carcere, probabilmente per la contrapposizione dei suoi interessi con quelli del presidente russo), il noto inviato italiano a Mosca e parlamentare europeo ha commentato alcuni dati certamente inaspettati: il 35% dei russi auspica un ritorno dell’Unione Sovietica; il 64% richiede maggiore sicurezza; il 18% reclama maggiori libertà civili ed il 45% diffida degli europei e degli americani. Questi dati si presentano certamente diversi rispetto a quelli che molti avrebbero immaginato, specialmente quel 18% che chiede maggiori libertà civili è di gran lunga inferiore rispetto all’opinione “occidentale”. Il giornalista ha commentato questi dati dicendo che la loro incomprensibilità sta nella scarsa conoscenza che noi come europei prima e occidentali poi abbiamo della cultura e della storia russa, additando specialmente il ruolo dei media spesso oscurantisti e propagandisti, come se la guerra fredda non fosse mai terminata. Chiesa non ha ovviamente eluso i problemi che attanagliano la culla dell’ex impero sovietico (circa 1 milione di morti l’anno per malattie), tuttavia ha ricordato che la Russia attraverso un processo di privatizzazioni ed accumulazioni di capitali è oggi l’unica tra le grandi potenze mondiali a poter guardare ad un futuro reso più roseo dalla capacità di autonomia in campo economico. Infatti la larga disponibilità di petrolio, gas, uranio, energia ed acqua fanno pensare che gli anni a venire consegneranno alla storia una Russia in crescendo.
La seconda parte della discussione, animata dalle domande degli studenti, ha affrontato il tema del personalismo del presidente Putin. Chiesa ha voluto anzitutto spiegare quali sono state le premesse della sua nomina. Vladimir Putin, successore di Eltsin, era un funzionario di media importanza del KGB, un “signor nessuno”, come lui stesso lo ha definito, eletto perché rappresentasse una scelta di continuità con la progressiva svendita dello stato russo iniziata dal suo predecessore. Tuttavia il suo personalismo e soprattutto la gestione diretta e controllata delle risorse energetiche hanno permesso al leader russo di interrompere il rapporto impari con gli Stati Uniti (Chiesa individua come spartiacque il 2001 con la scelta di invasione in Afghanistan) e di far si che, poggiandosi sul malcontento dell’oligarchia russa determinato dalla mancata integrazione nella comunità internazionale, si avviasse una nuova fase di “nazionalizzazione culturale”. Una nazionalizzazione che non passa certamente, secondo i piani di Putin, per una restaurazione socialista (ideale ben lontano del presidente), ma per la creazione di una Grande Russia capitalista ed oligarchica. I mezzi da lui adottati oltre quelli del ricatto energetico passano per la continua crescita di uno spirito nazionalistico tra le masse. Questo sentimento, come dimostrano i dati precedentemente citati, riscontra un largo consenso sia nella società civile che negli “oppositori politici”, anche i comunisti di Zjuganov sembrano poco agguerriti dando allo sfondo rosso un forte connotazione nazionalistica. L’attuale costituzione russa esclude in teoria una rielezione di Putin, ma sono in molti a ritenere che dopo Putin ci sarà ancora Putin, magari proprio attraverso una modifica della costituzione o, osserva ancora Chiesa, attraverso una sua nomina a presidente della Corte costituzionale. Corte costituzionale fino ad ora poco incisiva sulla vita del paese, ma certamente con ampi poteri con l’arrivo dell’attuale presidente. Successivamente Giulietto Chiesa si è soffermato sull’eventualità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran e sulla posizione che eventualmente la Russia adotterebbe. Le sue affermazioni hanno certamente destato preoccupazione nei presenti, poiché il giornalista, citando una relazione di Brezinsky al Senato americano, ha affermato l’imminenza del conflitto. Spiegando inoltre che gli Stati Uniti e l’amministrazione Bush stanno cercando il pretesto politico che possa dare il benestare al conflitto, alimentati dall’esigenza dell’accaparramento delle risorse, volte a risanare un’economia americana oramai in declino e spodestata dalla spinta specialmente cinese. La Russia in una situazione tanto grave probabilmente assumerebbe un atteggiamento molto simile a quello tenuto prima sull’Afghanistan e poi sull’Irak, cioè un “lo crediamo inopportuno e noi rimarremo immobili”, conscia delle conseguenze negative sugli States e della forza dell’avversario. Infatti ora come ora conviene attendere rammenta Chiesa, “cioè fare come diceva Mao, aspettare seduti sul fiume il cadavere del tuo nemico”.

 

 

 

 

 

 

 


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