Il Commento

Fuga dalla libertà negata

di Vittoria Saulle

La storia che mi accingo a raccontare nasce dalla volontà di rendere pubbliche le atrocità della guerra commesse ancora oggi in alcune parti del mondo, di modo che si possa realmente trovare una soluzione immediata e definitiva. Myanmar[1], è uno stato dell’Asia sudorientale, il cui potere è nelle mani del regime militare[2] che combatte le minoranze etniche[3], presenti in vario numero sul territorio.

Sin, così lo chiamerò, è un cittadino birmano, giunto in Italia perché vittima di uno dei peggiori crimini commessi contro l’umanità:la guerra. Ha soli 17 anni, ma i suoi grandi occhi neri lasciano trasparire un passato atroce, vissuto in una parte del mondo che nega la libertà ad ogni individuo e dove gli unici principi ispiratori del vivere sociale consistono nel legittimare la guerra, nell’abuso di potere e nella repressione. Il suo è un dramma reale, comune purtroppo a tanti altri che come lui hanno subito violenza morale e fisica ma, che nonostante tutto, aspirano alla libertà, alla giustizia, alla pace, e che spesso rimangono vittime silenziose e inascoltate. Propongo questa storia come testimonianza di quanto accade, purtroppo, in alcune zone al di là delle nostre frontiere, perché ancora oggi c’è chi fugge dal proprio paese, dagli affetti, dalle proprie radici per smettere di sopravvivere nella negazione della dignità umana e per iniziare a vivere da uomo libero.
Sin era un bambino–soldato, faceva parte di un piccolo esercito di guerriglieri che combatteva contro l’esercito birmano, iniziando quasi come fosse un gioco o, come unico percorso possibile da intraprendere in un paese povero, abbandonato, straziato dai conflitti civili. Teneva in mano le armi, non quelle giocattolo ma quelle che feriscono e uccidono davvero. Il suo ricordo è nitido, come nitide sono le immagini della morte dei suoi due fratelli minori, uccisi dal fucile di un loro coetaneo. Alle mie domande Sin risponde veloce quasi volesse convincermi di quanto reale e ancora vivo sia il dolore presente in lui. Gli chiedo «Come vivevi nel suo paese?» «Vivere? Quello non è vivere, ma è morire lentamente, giorno dopo giorno, vivevo nella morte, tra i cadaveri, tra i feriti, tra le lacrime dei miei amici che spesso venivano torturati e alcuni uccisi. E la cosa peggiore e non sapere perché! in nome di chi e per cosa si uccide, si combatte, si soffre e si distrugge!» A questa sua risposta Sin si interrompe commosso, ma nel suo volto non scorrono lacrime, perché ha una grande dignità, non sembra voler la mia compassione. Mi chiede «perché si praticava violenza su di me, sulla mia famiglia, sui miei amici?».
Lì in Birmania la guerra è una pratica normale, scandisce la vita quotidiana attimo per attimo. Nei paesi democratici si discute sulla guerra, sui rimedi da attuare per porre fine, ma la si osserva da lontano, come a prenderne le distanze. Per Sin, invece, la guerra abbracciava l’alba e il tramonto della sua esistenza. Finalmente è fuggito dal terrore, è giunto in Italia, dopo un difficile e tortuoso viaggio, durato giorni, settimane. E’ stato aiutato da un’associazione italiana, che lo ha supportato nell’iter burocratico per ottenere il diritto d’asilo, che tutela le persone che sono fuggite dal loro paese in quanto la loro vita, la loro libertà erano minacciate dai conflitti civili, dalle violazioni dei diritti umani. Gli angeli della libertà, così Sin definisce i volontari dell’associazione, gli hanno offerto assistenza primaria e psicologica, di modo che si potesse reinserire nella società italiana.

Ora il bambino–soldato ha un lavoro, una fidanzata, ma soprattutto ha riconquistato la libertà, i suoi diritti, la voglia di vivere. Ma mi ha confidato di non aver perdonato chi ha fatto del male alla sua famiglia.
La storia di Sin non può rimanere nel silenzio, ma deve servire a potenziare l’azione degli organi addetti, affinché si possa tutelare la dignità della persona e garantire la pace dei popoli. A Sin pongo un’ultima domanda «Hai un sogno?» mi risponde «Si, riabbracciare la mia famiglia, rimasta in Birmania».

 

[1] Myanmar, ex Birmania, è la sede dello stato, che assunse questo nuovo nome dal 1989.

[2] Dal 1962 il paese è guidato dal regime militare autoritario SLORC (Comitato di stato per la restaurazione della legge e dell’ordine).

[3] Nello stato si riscontrano un numero vario di minoranze etniche, oltre alla maggioranza birmana, si distinguono: chin, kacin, kayah, mon, shan, karen , e le minoranze cinesi e indiane, che si ribellano per ottenere l’indipendenza.

 

Pagina modificata Thursday 23 October 2008