Il Commento

Il sistema americano può davvero definirsi democratico?

di Vittoria Saulle

Il 31 ottobre 2006, pochi giorni prima delle elezioni americane di metà mandato, che si sono tenute il 7 novembre, per rinnovare i 435 membri della Camera dei rappresentanti e per un terzo dei loro senatori, è apparso sul The Financial Times un interessante articolo sulla necessità di riformare la democrazia negli USA.
“Queste elezioni sono realmente l’espressione della volontà popolare? o mettono in rilievo un sistema di non perfetta democrazia?”, si sono chiesti gli autori dell’intervento: la signora DeAnne Julius, un’ economista americana che vive in Inghilterra, presidente dal 2003 della Camera di Chatham e “a former member of the Monetary Policy of the Bank of England”, nonché il collega John Gault, studioso esperto di politica energetica e di Medio Oriente, docente della“associate faculty of the Geneva Centre for Security Policy” e autore di numerose pubblicazioni.
Vale la pena in questa sede di analizzare le opinioni dei due esperti, ma soprattutto di proporre un confronto tra quanto scritto da loro e quanto si è realmente verificato con i risultati delle elezioni (seppur non ancora definitivi), aggiungendo poi alcune considerazioni finali.
Secondo Julius e Gault, se gli americani credono che le elezioni di mid–term rappresentino un modello di democrazia per il resto del mondo devono rifletterci ancora. Hanno scritto infatti, nell’articolo: nonostante vi siano degli ottimi motivi che avvantaggerebbero i democratici, le speranze di ottenere la maggioranza, al Senato o alla Camera, per coloro che si trovano in minoranza, sono minime.
Sostengono gli autori che, anche qualora i congressmen mostrino gravi inadempienze, come ad esempio a proposito della guerra in Iraq, la rendita di posizione di chi occupa un posto al congresso, rispetto allo sfidante, è talmente alta che è quasi impossibile sostituirli.
E, dunque, attendere dalle elezioni un grande cambiamento era da considerarsi ipotesi illusoria. Affermavano ancora gli economisti che l’ostacolo alla vittoria dei democratici era rappresentato dalla “overwhelming power of incumbency in US”. Un potere che di certo non può essere definito democratico!
Infatti, secondo le statistiche riportate nell’articolo, nel corso di 50 anni, più del 95% dei membri del Congresso che si sono ricandidati ha nuovamente vinto le elezioni. Nel 2004, soltanto 5 congressmen in carica sono stati sconfitti e nel 2002 il totale è addirittura 4.
Per cui, proseguivano gli autori, il ruolo degli sfidanti era da considerarsi quasi irrilevante. E le ragioni che ne ostacolavano la vittoria erano sostanzialmente due: “the first is the need to raise enormous amounts of campaign funding and the second is the politically motivated redrawing of voting district boundaries”.
Infatti, la spesa media per candidato nel 2004 ha superato la cifra di un milione di dollari per la Camera e di sette per il Senato. Quanto ai candidati più eminenti la spesa è risultata ben maggiore. Ad esempio, nell’ultima campagna elettorale, il senatore Hillary Clinton ha speso 25 milioni di dollari. A ciò si aggiunga che, siccome gli “incombenti” vincono spesso le elezioni, ottengono numerosi finanziamenti dai donatori politici e dal business, così da investirli nuovamente nella campagna elettorale. Addirittura gli incombenti del Senato ricevono cinque volte in più di contributi rispetto agli sfidanti !
Aggiungevano gli autori, sempre in tema di finanziamenti ai candidati, che il“Campaign Media Analysis Group” ha valutato che in questo anno è stata già superata la soglia del 150% rispetto alle ultime elezioni.
Secondo Julius e Gault, un altro problema, che poteva ostacolare il funzionamento della democrazia, riguardava il controllo degli “incombenti” sui distretti: “ in most state legislatures the majority party is able to redraw congressional district boundaries”. In tal modo, i membri in carica possono scegliere le sedi più sicure e avvantaggiarsi, così, ulteriormente sugli sfidanti.
Per queste ragioni, gli autori sostenevano che gli elettori americani, essendo consapevoli del funzionamento di questo sistema, avrebbero scelto di non andare a votare, dato che il risultato delle elezioni appariva sostanzialmente predeterminato. Tanto è vero che, secondo i dati forniti dallo “International Institute for Democracy and Electoral Assistance”, l’affluenza alle elezioni di midterm è costantemente inferiore al 40% degli aventi diritto. Un dato non certo incoraggiante!
Appariva ovvio, almeno secondo l’articolo, che il sistema non rappresenta la volontà dei cittadini. Ma cosa si potrebbe fare per migliorare la democrazia rappresentativa? Julius e Gault proponevano tre riforme sostanziali per migliorare un sistema che si è corrotto ampiamente col passare del tempo.
Innanzitutto, a loro avviso, bisogna fissare un limite per la durata in carica, come quello del Presidente (8 anni): ossia, 12 anni per il Senato (due mandati) e 8 per la Camera (quattro mandati).
Inoltre, andrebbe applicata a tutta la nazione la procedura di redistricting seguita nello Iowa. Si tratta di un procedimento che, secondo gli autori, ha garantito parzialità e l’affermazione della democrazia, anche se qui non è possibile approfondire l’argomento.
Infine, si devono limitare le spese per la campagna elettorale, che, come abbiamo visto, hanno raggiunto soglie eccessive.
Queste, in sostanza, le idee principali e le proposte elaborate dagli autori dell’articolo. Tuttavia, alla luce dei risultati del 7 novembre, in seguito al quale il volto politico degli Usa è decisamente cambiato, il pronostico avanzato appare smentito in modo piuttosto clamoroso.
A riprova, oggi, 8 novembre, Jeff Pruzan sempre sul The Financial Times, scrive: “Democrates seize control of US House”. Infatti, dopo tanti anni di potere repubblicano, si è effettivamente verificato un cambio di gestione al potere. Era dal lontano 1994 che i democratici non ottenevano la maggioranza alla Camera e dal 2002 al Senato (al momento ancora in bilico).
Pruzan osserva infatti che c’è stato un guadagno netto nella Camera – sono ben 29 le sedi conquistate per i democratici – mentre una situazione di equilibrio si è verificata al Senato, e per il quale a decidere saranno due stati :Virginia e Montana.
Di particolare importanza risulta la vittoria di Nancy Pelosi, in conseguenza della quale “the Democratic takeover installs Pelosi, the San Francisco congresswoman, as the first woman House Speaker in US history.”
Nel Massachusetts, Deval Patrick, che ha vinto facilmente le elezioni, sarà il primo governatore nero negli stati del nord–orientali. Inoltre, “Eliot Spitzer’s long–expected victory in the New York governor’s race also puts that seat in Democratic hands for the first time since 1994”.
Dunque, almeno alla Camera dei Rappresentanti, i risultati delle elezioni di metà mandato hanno dato vincenti gli sfidanti democratici, che sono riusciti a sconfiggere gli “incombenti”, nonostante i notevoli ostacoli. Si può affermare pertanto che le considerazioni avanzate degli autori sono state troppo pessimiste. Anzi, si può dire che le loro ipotesi siano state completamente rovesciate.
Anche in riferimento all’affluenza alle urne, mentre gli autori sostenevano che l’afflusso alle urne dei democratici sarebbe stato minimo, esso è stato nettamente superiore a quel 40% al quale gli americani erano ormai abituati nelle elezioni di mid–term.
Nonostante i risultati abbiano smentito le ipotesi degli autori, resta comunque auspicabile migliorare il sistema americano, che è sempre più caratterizzato da scandalismo e costi eccessivi per la campagna elettorale, che hanno contribuito a far perdere credibilità anche all’estero. Riformare la democrazia americana significa garantire realmente l’equità dei candidati ed anche la volontà dei cittadini.
Presumibilmente le aspirazioni dell’elettorale era tale da superare le distorsioni denunciate dai due autori, il che da una parte dimostra la capacità del sistema di registrare i forti movimenti di opinione pubblica. Tuttavia, sarebbe auspicabile che non ci volesse ogni volta un Bush o una guerra in Iraq per ringiovanire e rinnovare nei suoi membri il Congresso americano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008