Il Commento

Un ordine del giorno degli anni Trenta

Qui di seguito, preceduti da un’illustrazione dettagliata dei contesti politici dell’epoca, vengono offerti all’attenzione del lettore alcuni dei documenti più significativi riguardanti Altiero Spinelli custoditi presso l’archivio della Fondazione Istituto Antonio Gramsci di Roma. I testi risalgono al periodo della detenzione di Spinelli nel carcere di Viterbo, agli inizi degli anni Trenta, e appaiono particolarmente rilevanti per la ricostruzione della maturazione dell’atteggiamento del giovane Spinelli nei confronti del marxismo, del comunismo internazionale e della sua militanza in tale schieramento. I documenti consentono di percepire la precocità del cambiamento ideologico di Spinelli, la sua netta ostilità all’involuzione autoritaria dello stalinismo, la sua analisi non conformista del fenomeno fascista, sia pure nella sottovalutazione del pericolo nazista incombente sull’Europa. Nel complesso una pagina animata e per certi aspetti toccante della storia italiana, troppo a lungo e inspiegabilmente ignorata, che la rivista “Critica Liberale” (settembre 2001), in collaborazione con la cattedra di Storia dell’Europa del Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, ha avuto il merito di rendere accessibile al pubblico. I testi

I documenti della Fondazione Gramsci
di Andreina Borgh

I documenti presentati in questa pubblicazione provengono dal fondo denominato “Archivio del Partito comunista italiano, 1921–1943”, consultabile presso la Fondazione Istituto Antonio Gramsci di Roma. In esso si conservano in copia gli atti relativi al Partito comunista italiano custoditi negli Archivi del Comintern, poi depositati presso il “Centro russo per la conservazione e lo studio dei documenti della storia contemporanea” (dal 1999 “Archivio di stato russo per la storia contemporanea”), dove costituiscono il fondo n. 513.
È noto infatti, come illustra Chiara Daniele, responsabile dell’Archivio del Gramsci, che le carte del Pcd’I vennero trasferite a Mosca fin dagli anni Venti, per esservi conservate insieme a quelle degli altri partiti comunisti e dell’Internazionale stessa[1]. Soltanto a partire dal 1960 i dirigenti del Pci decisero di creare un autonomo archivio di partito, previa “un’indagine a Mosca presso l’Archivio del Pci per vedere cosa c’è ”. L’incarico di tale compito fu assegnato a Franco Ferri, segretario del Gramsci, il quale compì ben tre viaggi in Urss, nel 1961, nel 1963 e nel 1967[2]. Il risultato complessivo delle ricerche, rese difficoltose dalle reticenze degli archivisti russi, fu il recupero in microfilm di circa 950 fascicoli.
Peraltro, pur trasferite in Italia, le carte restarono parzialmente accessibili agli studiosi. A una reale liberalizzazione si giunse soltanto nel 1974, mentre gli archivi del Comintern rimanevano ancora segreti. Dal 1984 l’Istituto Gramsci diveniva Fondazione e nel novembre del 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, riprendevano i viaggi a Mosca per completare i recuperi. Anche in questo caso i documenti acquisiti risultavano di notevole rilevanza: tra gli altri il cosiddetto “regesto Gramsci”, ovvero scritti di Togliatti degli anni Trenta e Quaranta (fondo 495).
Tutto il materiale, come osserva l’archivista Linda Giuva, è ordinato cronologicamente, anno per anno. Al tempo stesso, un succedersi ordinato di voci permette l’individuazione delle diverse serie documentarie. Gli elementi con cui identificare un documento sono il fondo, l’inventario e il fascicolo. Per il fondo 513, come del resto per il 495, fra loro complementari, era disponibile un solo inventario (in russo opis), ma recentemente sono stati reperiti il secondo e il terzo[3]. Le carte che qui interessano, scritte in italiano come la gran parte del fondo 513, appartengono ai versamenti degli anni Sessanta e sono reperibili nei diversi fascicoli ricorrendo al primo inventario.
Passando ai contenuti, i documenti consentono di arricchire assai significativamente il profilo biografico e intellettuale di Altiero Spinelli nel periodo che intercorre fra il 1924, data del suo ingresso nella Fgci romana, il 1927, allorché fu arrestato e condannato appena ventenne a 16 anni di reclusione dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, e il 1937, anno della sua espulsione dal partito “per deviazione ideologica e presunzione piccolo–borghese”[4].
Andando con ordine, le prime notazioni riguardanti Spinelli appaiono nel regesto degli anni 1926–27, che rimanda al fascicolo 509. Si tratta di dati statistici relativi ai partecipanti al congresso della Fgci svoltosi nel biellese nel gennaio del 1926. In tale circostanza, peraltro confermata dal volume autobiografico di Spinelli, egli risultava come l’unico militante a possedere una cultura universitaria, di fronte ad un esercito di compagni provvisti solamente d’istruzione elementare. E in effetti tale dato ha trovato, per chi scrive, un effettivo riscontro al momento di inoltrarsi nella difficoltosa consultazione delle carte manoscritte, fitte di inesattezze ortografiche, lessicali e sintattiche, nonché nelle loro trascrizioni dattiloscritte per uso del partito[5].
Assai più ricca e interessante appare la documentazione riguardante gli anni 1931–32. Si tratta precisamente delle straordinarie testimonianze che ci rivelano la precoce indipendenza di giudizio del giovane Altiero e la tenace vis polemica in difesa dei propri assunti etici e teorici. Esse prendono le mosse dal periodo successivo al gennaio ’31, allorché Spinelli fu trasferito dal carcere di Lucca in quello di Viterbo, dove trovò un ambiente stimolante, fatto sì di penose privazioni, ma anche di fraterna solidarietà fra compagni.
Il clima politico era quello conseguente alla “svolta” operata dal Pcd’I durante il IV Congresso, tenutosi a Colonia nell’aprile del ’31. Peraltro l’esito del congresso rispecchiava la “svolta” già avvenuta in Urss a partire dal ’28 e, con maggior evidenza, dal ’29. Anche per effetto del crollo dell’economia capitalistica mondiale, la leadership staliniana considerava ormai imminente una crisi di portata generale; pertanto attaccava frontalmente chiunque non si fosse schierato con la rivoluzione comunista e la dittatura del proletariato.
Nel mondo sovietico prendeva corpo insomma la nota tesi del “socialfascismo“, in base alla quale i partiti antifascisti cosiddetti borghesi, compresi socialisti e socialdemocratici, erano proclamati come ancor più pericolosi e ostili al proletariato degli stessi fascisti. Le medesime posizioni emersero al Congresso del Pcd’I di Colonia. “La rivoluzione antifascista sarà proletaria o non sarà ”, affermò in quella sede il giovane Amendola, confermando l’identificazione socialdemocrazia – socialfascismo e criticando aspramente sia quei gruppi democratici, come “Giustizia e Libertà ”, che svolgevano opposizione attiva al fascismo, sia la Chiesa stessa, reduce dai Patti Lateranensi[6].
Del significato e dei termini della “svolta”, oltre che della nota crisi scoppiata all’interno del gruppo dirigente, i carcerati di Viterbo ebbero notizia nei comunicati del partito che provenivano dall’esterno. Al riguardo possono essere citati due documenti, conservati nel fascicolo 981 del fondo 513. Il primo è una lettera dattiloscritta di quattro facciate, con data 25 giugno ’31, recante la firma di “Pippo“ (che, come si vedrà , stava a Viterbo) e annotata in fondo, a mano, da “Jean“, che era il destinatario o, per meglio dire, il tramite della missiva. Il secondo testo, anch’esso dattiloscritto, consiste nella copia di una “comunicazione politica della centrale del partito ai compagni, carcerati e deportati“. Pur contrassegnato con l’indicazione “estate del ’31“, il documento va presumibilmente collocato, per evidenza interna, negli ultimi mesi del medesimo anno.
Prima di entrare nel merito, va ricordato che i documenti provenienti dalle carceri (di solito criptati, ovvero scritti con inchiostri simpatici) raggiungevano inizialmente la Svizzera, in genere Zurigo o Basilea. Difatti i reclusi di Viterbo – lo confermano le memorie di Michele Mancino, detenuto addetto all’entrata e uscita delle missive[7] – corrispondevano con Basilea, dove esisteva un “centro“ incaricato di smistare la corrispondenza, copiandola a macchina e inviando copia a Mosca. Lo stesso centro provvedeva a far pervenire a Viterbo i comunicati e i messaggi del partito. Come si deduce dai testi, chi operava nel “centro“ di Basilea era proprio il corrispondente di “Pippo”, cioè “Jean“. Militante forlivese emigrato in Francia e di lì, nel ’30, a Basilea, Adamo Zanelli, conosciuto anche con lo pseudonimo di “Giovanni” (da cui “Jean”), fu dirigente del Soccorso Rosso Internazionale a partire dal ’31[8].
Ma chi era il compagno “Pippo“, che informava “Jean“ di quanto accadeva a Viterbo? Nessun mistero che dietro il buffo pseudonimo ci fosse Giuseppe Pianezza, dirigente del collettivo del carcere. Operaio piemontese di modi bruschi, ma tutto sommato sincero, Spinelli lo ricorda “sulla quarantina, alto, vigoroso, con grossi denti incisivi sporgenti”. Da aderente a Ordine Nuovo, aveva seguito Gramsci nella scissione di Livorno, guadagnandosi dopo qualche anno una pesante condanna alla galera. Proveniente dal penitenziario di Portolongone, Pianezza era stato tradotto a Viterbo pochi mesi prima di Spinelli, e dunque attorno alla metà del 1930. Stando all’autobiografia di Altiero, il difficile compito di Pianezza fu proprio quello di porre rimedio all’assoluta mancanza di coordinamento tra i compagni del luogo, avviando la formazione, non senza notevoli resistenze, di un regolare collettivo carcerario[9].La sua lettera a “Jean” del 25 giugno ’31, parzialmente riprodotta più avanti, consente precisamente di ricostruire quanto accadeva nel reclusorio all’indomani del Congresso di Colonia. Con la sua prosa da fedele seguace del partito, “Pippo” confermava di aver già ricevuto la relazione sul congresso, “la quale, da parte mia e del compagno [nome illeggibile, nda] approviamo completamente“. Seguiva un’approfondita digressione sugli inchiostri simpatici, da quelli al cobalto alla proletarissima acquolina in bocca: “A proposito, non potreste dirmi come si decifra lo scritto con la saliva“? Ma subito dopo al centro dello scritto ritornava la questione politica, specialmente nei suoi riflessi a Viterbo.
Come si può riscontrare nel testo, “Pippo” forniva un elenco dei compagni di prigionia, distinguendo fra ex funzionari e deputati, come Borin, ovvero fra operai e intellettuali, quali Fiore e Spinelli. Certo, a dare un certo fastidio erano i soliti bordighiani. Però il vero “pericolo” gli pareva un altro: Altiero Spinelli. Scriveva difatti Pianezza in un lungo passo vergato di getto:

Ciò che invece rappresenta un pericolo maggiore sono i principi revisionisti del Marxismo sostenuti dal compagno Spinelli… Lo Spinelli nega la legge del plusvalore, nega la concentrazione del capitale in poche mani…, nega la caduta del saggio del profitto… ed altro…[10].

Pienamente consapevole dei limiti culturali propri e degli altri compagni del collettivo, “Pippo” invocava imbeccate teoriche dall’esterno.
Quanto al secondo messaggio, quello della fine del ’31, esso consisteva, come accennato, in una lunga comunicazione del partito, stando alla quale la “svolta“ rendeva indispensabile “la conquista della maggioranza del proletariato e degli strati decisivi degli alleati”. Al tempo stesso si invocava “la lotta contro l’opportunismo in tutte le sue forme, dovunque si trovi, di “sinistra” o di destra, ideologico e pratico, al centro del partito ed alla periferia”[11].
Nel documento era contenuta una serie di punti, ben presto contestati da Spinelli. In sintesi:
• l’individuazione della crisi mondiale del ’29 come momento di radicalizzazione delle masse
• la descrizione delle vicende che avevano portato all’espulsione di Tasca, Tranquilli (Silone) e dei loro compagni di dissenso, accusati di collusioni con Trotsky e con “gli avventurieri bordighiani” del gruppo di “Prometeo“. Da cui la necessità di recuperare la coesione interna e di riportare il partito alla guida delle masse, attraverso una “rettifica“ della linea politica
• l’esclusione, in base a tale rettifica, dell’ipotesi di una “fase democratica” della lotta per il socialismo
• l’ammissione di un grave “errore̶, quello di non aver legato, “come potevamo e dovevamo fare, i problemi Russi e internazionali ai problemi italiani”
• il riconoscimento al Comitato Centrale di un ruolo decisionale superiore alle sue facoltà istituzionali (difatti fu il C. C. a espellere Tasca e gli altri, e non il Congresso del partito)
• la positività del Congresso di Colonia e delle sue acquisizioni, in base alle quali:
– sul piano internazionale: a) la depressione economica era definita come “crisi generale del regime capitalistico”, a cui si opponeva il modello economico e sociale, superiore e vincente, dell’Unione sovietica, b) il fascismo veniva individuato come “espressione della unità reazionaria delle forze capitalistiche”, c) ad esse apparteneva anche la socialdemocrazia, altresì detta socialfascismo, d) fortunatamente la crisi economica aveva fatto maturare “le condizioni di una crisi politica rivoluzionaria”, e) al tempo stesso, si rinnovava il rischio di una “nuova guerra imperialistica”, cui doveva corrispondere la difesa dell’Urss da parte di tutti i comunisti;
– per quanto riguardava l’Italia: a) la crisi poneva le basi oggettive per la ripresa della politica comunista, in quanto “la lotta per il pane e per il lavoro è una lotta rivoluzionaria”, b) una rivoluzione democratica era semplicemente impossibile, poiché “la concezione democratica della «conquista della democrazia» è inconsistente, reazionaria, borghese”, c) la leadership del partito sulle masse esigeva che “venga distrutta ogni possibile base di massa delle correnti socialdemocratiche e democratiche”, d) la speranza del partito risiedeva nella nuova leva di giovani militanti, che era la prova della giustezza della svolta.
• la constatazione che a svolgere un intenso lavoro in Italia era l’organizzazione di “Giustizia e Libertà”, la quale riuniva “democratici, da Nitti a Lussu, dai repubblicani ai socialisti”. La “preoccupazione” attribuita a costoro era di “tagliare la strada ai comunisti”. “Perciò, nel lavoro sotterraneo noi combattiamo oggi già una lotta con alcuni gruppi di questo antifascismo democratico, verso i quali conduciamo un lavoro di sbloccamento”.
A questo punto, la palla, per così dire, passava ai carcerati di Viterbo, chiamati a esprimersi in senso favorevole alla “svolta”. E proprio qui nasceva il caso Spinelli.
In estrema sintesi, come si evince dal carteggio di Pianezza, una volta riunitosi il collettivo dei carcerati di Viterbo, la maggioranza approvò un ordine del giorno, definito Sereni–Borin dal nome dei primi proponenti, tutto schierato sulla linea del partito[12]. Un secondo, che portava il nome di Fiore, esprimeva le tesi dei “sinistri”, o bordighiani[13]. Infine fu votato un terzo o.d.g., a dir poco originale, su cui lasciamo nuovamente la parola a “Pippo”.
Il testo in questione è un inedito su tre fogli dattiloscritti, consistente in una nota senza data firmata da Pianezza e spedita a “Jean” probabilmente nel gennaio ’32, come si può dedurre dal contesto[14]. Peraltro, l’aspetto interessante è che l’autore del Manifesto di Ventotene non ha mai fatto menzione di tale documento, né nella sua autobiografia, né in nessun altro scritto.
Pianezza annunciava che il suddetto o.d.g. poteva definirsi “Ordine del Giorno Spinelli” e che esso, particolare curioso, “ebbe il suo unico voto”, quello di Altiero, il quale se l’era fatto e approvato tutto da solo. Quanto al titolo, recitava così: “Alcune osservazioni intorno al compito del P.C.I.”, sia pure argomentate, lo diceva l’autore stesso, “scheletricamente e senza poter giustificare le varie affermazioni”.
Nello svolgimento, come si può constatare in allegato, comparivano tutte le stranezze, chiamiamole così, del futuro federalista, sia pure ancora mescolate a sincere dichiarazioni di fede nel partito e nel suo ruolo. Senza voler riassumere il testo, che qui viene in parte rettificato nella grafica, i punti forti della posizione di Altiero, alternativa a quella ufficiale, erano i seguenti:
La crisi del regime liberale nasceva dall’esaurimento della “mentalità liberale democratica” che aveva caratterizzato l’insieme delle classi dirigenti. A quel punto era sorto un contrasto puramente economico e di potere, fra borghesia e proletariato, su cui il fascismo si era imposto, instaurando una dittatura. Da notare che Spinelli sembrerebbe porre le due classi antagoniste sullo stesso piano e fare del fascismo un terzo soggetto, sicuramente sostenuto dalla borghesia, ma assai diverso dai pur borghesi liberali, ormai sconfitti. E la diversità starebbe proprio nella non conciliabilità culturale fra la mentalità liberale e il regime dittatoriale.
Di conseguenza, il fascismo, ancor più che sotto un profilo di classe, viene concettualmente valutato in rapporto al tema della libertà . Difatti esso era intervenuto “sforzandosi di inquadrare e dominare con la forza i contrasti”, oltre che puntando su “una politica estera espansionistica”. Pertanto si era rivolto soprattutto contro “la maggiore delle forze libere della società odierna, contro cioè il movimento operaio”.
Dal che Spinelli deduceva la più incisiva delle proprie tesi, anch’essa incentrata sul problema della libertà . Se il fascismo era una forza sostanzialmente reazionaria e soffocatrice, esso esigeva come risposta il raggiungimento di “una vita più libera di quella crollata”. Questo era il nodo essenziale, per tutte le forze antifasciste: “Il movimento che… saprà dare un’espressione concreta al desiderio confuso di libertà … sarà il movimento che uscirà vittorioso contro di esso”. La libertà , dunque, non consisteva, neanche per il proletariato, in “una cosiddetta soprastruttura ideologica”. Al contrario, apparteneva alle esigenze del proletariato. Pertanto, seguitava Spinelli, erravano ambedue le componenti dell’antifascismo, sia “quella comunista”, che trascurava la libertà , e sia “quella democratica” (“Concentrazione” e “Giustizia e Libertà”), la quale si appellava a una vaga istanza di libertà .
Su queste basi l’o.d.g. faceva leva per criticare le tesi congressuali del partito: rallegrarsi nel veder crescere il numero dei militanti era farsi semplicemente delle illusioni, perché si trattava di adesioni motivate da un generico antifascismo, soprattutto giovanile, che non costituiva prova delle capacità intrinseche del partito. Inoltre la crisi economica non era per sé preludio di rivoluzione, perché, scriveva Spinelli con accenti crociani, “le rivoluzioni sono fatte dagli uomini, e vengono fuori quali gli uomini sanno sentirle e volerle”. Insomma, le crisi economiche (aperta allusione alle tesi di Colonia o dei leader moscoviti sugli effetti rivoluzionari della depressione mondiale) “da sole non sanno produrre che sommosse”. In questo quadro, il partito finiva per commettere il grande errore di considerare la rivoluzione non come “apportatrice di libertà”… ma come governo operaio e contadino fondato sulla “dittatura del Pci, anzi del suo Comitato Centrale”, laddove il fascismo poneva l’esigenza di un governo “non dittatoriale“.
Il partito sbagliava dunque a parificare i fascisti ai democratici, i quali, seppur vagamente, invocavano la libertà . Non che con questo, beninteso, Spinelli intendesse rinunciare alla rivoluzione proletaria. Anzi, riecheggiando le posizioni di Amendola al IV Congresso, ribadiva la tesi “che la rivoluzione o sarà proletaria o non sarà”. Difatti il partito aveva “fatto benissimo a stabilire la necessità di una politica autonoma e non accodata alla democrazia del proletariato”, tanto più che quest’ultimo era alleato a una realtà , i contadini, di cui Spinelli sottolineava l’importanza, definendoli “la forza più ampia e più ricca di energie dell’Europa moderna”.
Il proletariato era ormai giunto a uno sviluppo tale da poter rivendicare “la dirigenza della società e farla vivere della vita e delle lotte nei suoi organismi”. Tuttavia, solo instaurando “una libertà proletaria” il Pcd’I sarebbe riuscito ad “esautorare il movimento democratico” e a “diventare… veramente il partito del proletariato”, non una “frazione”, assai “settaria“ per “costumi e mentalità”. In tal modo, tra l’altro, il Pcd’I avrebbe finito per esercitare un’attrazione nei confronti del proletariato di tutta Europa, il quale conosceva da lungo tempo la propria libertà interna e soltanto con una garanzia di libertà poteva accettare di “uscire dalla politica di compromessi con la borghesia, e seguire noi, che guardano spesso con timore per le nostre tendenze dittatoriali”.
In effetti, rimarcava significativamente l’autore, il problema era europeo e non solo italiano, perché la scarsa considerazione per il tema della libertà riguardava tutti i partiti dell’Internazionale comunista. Tuttavia al Pcd’I si poneva un’occasione storica, visto che in Italia c’era il fascismo (mentre il nazismo non aveva ancora conquistato la Germania). E l’occasione era di “fornire agli altri un esempio importantissimo”.
Ora, però, il punto fondamentale era il seguente e riguardava soltanto “la capacità nostra”: ”Sapremo noi guidare il proletariato al potere e renderlo classe egemonica?” La domanda giungeva a proposito per dare lo spunto all’ultima parte dell’ordine del giorno, quella dedicata alla libertà interna al partito e soprattutto ai rapporti con il comunismo sovietico. Spinelli condannava l’atteggiamento dogmatico che “portava a considerare come deviazione da soffocare ogni modo di pensare diverso da quello ortodosso”. La conseguenza era “una specie di stato d’assedio all’interno del partito, poco degno di un movimento rivoluzionario”. Peggio ancora sarebbe stato una volta instaurato lo stato operaio.
Non meno grave era il pericolo che si annidava, a suo avviso, nel “nostro atteggiamento passivo verso l’Urss”. Quello che poteva “sembrare indizio di un benefico accordo” era di fatto un danno sia per il Pcd’I che per “i russi”. Con il loro atteggiamento di sterile imitazione, gli italiani non fornivano nessun “contributo di esperienza” e di “critica autonoma” ai compagni sovietici, finendo per essere per loro un “peso morto”. Al contrario, incalzava Spinelli, “noi dobbiamo criticare la forma che è sempre più venuto ad assumere il governo dell’Urss, di dittatura del C.C. e del P.C.R.”. L’aperta riprovazione era insomma per il “soffocamento sistematico delle opposizioni, a cominciare dall’espulsione di Trotsky“.
In conclusione, avvertiva il giovane, “a noi corre l’obbligo di ammonire [sic!] i compagni russi”. Senza questa trasformazione, che dipendeva tutta “dalla nostra capacità di sentirne la necessità “, il Pcd’I non sarebbe mai stato in grado di guidare il proletariato italiano.
Fin qui l’ordine del giorno Spinelli, che fu spedito da Pianezza a “Jean” più o meno insieme a quello del “sinistro” Fiore. Dalle delucidazioni di “Pippo” si deduce che i due testi di minoranza furono discussi nella medesima seduta, suscitando la reazione allarmata dell’intero collettivo e del partito stesso (a Fiore toccò anche l’espulsione dal comitato di cellula). Si rese pertanto necessaria una critica ufficiale non solo di “Jean”, ma anche una circolare del Soccorso Rosso e addirittura, più tardi, del Comitato Centrale del partito. Di tali reprimende ufficiali, che dovettero suonare parecchio aspre, purtroppo non resta copia nel fascicolo. Tuttavia ne troviamo menzione nel carteggio seguito a tali avvenimenti.
Assai interessanti risultano due missive spedite dal solito Pianezza a “Jean”, e per conoscenza al C.C. del partito, custodite nel fascicolo 1070. Il primo scritto, da riscontrare in appendice, consiste in una nota “circa la qualità dello Spinelli“, confortata dal consenso dalla maggioranza del collettivo. Il giudizio sul comportamento del militante, sia al tempo del processo che dopo, era semplicemente “ottimo”. Tuttavia, seguitava la nota, lo Spinelli, trovandosi “distaccato per forza ancora giovane dalla realtà del movimento operaio” e “sotto l’influenza della lettura crociana”, aveva abbandonato le posizioni marxiste “specie per quel che riguarda le loro basi filosofiche”.
Molto acutamente la lettera rilevava che nell’animo di Altiero era in corso una “viva lotta intima” fra le vecchie e le nuove idee e che “il processo di revisione del marxismo [era] con lui tutt’altro che compiuto”. Inoltre egli conservava “un vivissimo attaccamento al partito”.
In sostanza, malgrado la condanna delle “radicate” deviazioni dottrinarie dello Spinelli politico, dalle parole di “Pippo” traspariva una lucida consapevolezza delle condizioni psicologiche dei carcerati, ed anche una difesa del detenuto Spinelli, uomo leale e riflessivo, con il quale, raccomandava lo schietto operaio torinese, “si deve usare un linguaggio assai diverso, lasciando da parte ogni acredine e ogni ingiuria personale”. Tanto più che si rischiava l’abbandono definitivo delle posizioni marxiste da parte di tutti i giovani compagni come lui. Per questo la cosa andava trattata con il tatto necessario.
Serio e scrupoloso, Pianezza allegava anche una sintetica risposta del futuro federalista alle roventi critiche ricevute da “Jean”[15]. Spinelli appare a dir poco sferzante: per accreditare la “svolta” non bastava, come faceva “Jean”, porsi domande del tipo: “Mac Donald [il leader laburista, nda] e la socialdemocrazia tedesca sarebbero dunque antifascisti? Significa non saper ragionare”, seguitava Altiero, aggiungendo: “Bisognerebbe spiegare che Lussu, Salvemini non sono antifascisti, che in Italia non esiste un diffuso stato d’animo “antifascista–democratico”. E ancora una serie di frecciate impietose: dall’accusa di fare “la politica dello struzzo“ a quella di “sragionare“ pur di difendere il partito comunista russo. “La questione è di non soffocare le opposizioni antisovietiche, ma quelle sovietiche proletarie… è nel difendere la democrazia proletaria, non la democrazia astratta”[16].
Con una lettera successiva, del 15 febbraio 1932, si conclude almeno per noi il carteggio Pianezza–“Jean”[17]. All’atteggiamento comprensivo di “Pippo” si è sostituito un mal celato nervosismo, a cui ha forse contribuito la circolare del Soccorso Rosso, giunta assieme alle critiche di “Jean”. Pianezza si preoccupa di confermare la fedeltà assoluta al partito: “Giù senza misericordia contro questi principi che tendono a sviare le direttive del nostro partito. Da parte nostra siate tranquilli che difenderemo i nostri principi e le nostre deliberazioni sino all’ultimo respiro”.
Affermazioni dure, rivolte alla fine anche ai “sinistri” come Fiore, che cercavano di “infiltrare il dubbio nel cuore dei compagni e soprattutto dei giovani”, pur nella convinzione “che l’ambiente carcerario è completamente differente dalla vita dei compagni che fuori operano nelle cellule ed altri organi del partito”. La lettera si chiudeva con un’esortazione, rivolta a ”Jean”, affinché l’attesa risposta del Comitato Centrale facesse comprendere “senza complimenti” a Fiore e Spinelli che “se fossero fuori meriterebbero l’espulsione”.
La disputa era destinata ad assopirsi, almeno per il momento. Resta soltanto da accennare ad alcuni documenti dell’Ufficio Politico del partito, che completano l’ambientazione. Il primo, del gennaio ’32, si intitola “Risoluzione dell’Ufficio politico sulla lotta per l’elevazione ideologica del Partito, contro l’opportunismo di destra, contro l’opportunismo nella pratica, contro il settarismo”. La finalità dichiarata era di adeguarsi alle “direttive che risultano dalla lettera del compagno Stalin alla redazione della rivista Proletarskaia Revolutzia”[18].
In pratica si trattava della conferma della “svolta“, ed effettivamente i toni erano quelli irrisi da Spinelli, non ultima l’imitazione pedissequa del partito russo, con qualche caduta nell’autodenigrazione. Eloquenti suonavano le ammissioni dei ritardi nei progressi del partito, a causa del “persistente distacco dalla situazione“, degli errori e delle incertezze a carattere ideologico, ma soprattutto del “persistente orientamento opportunista e settario delle nostre organizzazioni di base e la loro resistenza ad applicare le direttive del partito”.
Un secondo documento, sempre del gennaio del ’32, conteneva le “conclusioni dell’Ufficio Politico del Partito sul lavoro che la S.A.P. [Squadre Azione Patriottica] deve sviluppare…”. Vi era contenuta la strategia per neutralizzare il movimento socialdemocratico e democratico, provocando il discredito dello stato maggiore della “Concentrazione” e di “Giustizia e Libertà ”[19].
Infine, nel testo intitolato “Alcune direttive ai collettivi dei carceri, risalente al tardo ’32, compariva il punto 13, espressamente dedicato ai gruppi di vecchi detenuti bordighiani e di “oppositori della linea dell’I.C. e del Partito, i quali svolgono la solita opera di denigrazione dell’I.C. e del Partito…“. L’obiettivo era di “conquistare al partito coloro che sono conquistabili e di proporre al C. C. del Partito l’esclusione motivata dal Partito degli irriducibili e dei disgregatori. Costoro non debbono avere cariche di direzione nei collettivi”[20].
Per quanto riguarda il futuro federalista, l’esperienza dell’espulsione restava ancora lontana. Tra l’altro, a quel che si capisce da “Pippo”, egli ebbe qualche titubanza sul presentare o meno il suo ordine del giorno solitario. Ma con quell’episodio avvenuto nel carcere di Viterbo si era già determinata in lui una sensazione di profondo distacco dai compagni del collettivo e, in prospettiva, dal partito stesso, benché egli si attenesse alla regola della morale provvisoria. Al riguardo, vorrei concludere con le parole che Spinelli stesso riferisce nella sua autobiografia:

Pur confermando a me stesso di essere ancor sempre comunista, riconobbi di essere incapace di recitare questo credo, e la comunione che avevo cercato arrivando a Viterbo si ridusse a semplice compagnia, nel seno del quale mi si ricostituì l’abitudine alla meditazione solitaria degli anni precedenti[21].

La meditazione, in effetti, sarebbe durata a lungo, ma avrebbe dato i suoi frutti.

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[1] Su tutto il tema cfr. l’introduzione di Chiara Daniele al volume Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del ’26, con un saggio di G. Vacca, Roma 1999, pp. V–XI, in particolare XVIII–XI, XIV, XVII, XXIV e segg. Assai significative le pp. XXIX–XXXII sul recupero del fondo Ercoli, principale ragione del viaggio di Ferri a Mosca nel ’67. Ma si veda anche il testo di L. Giuva citato più avanti.

[2] Ivi, pp. XIII–XIV e nota.

[3] Cfr. la Guida agli archivi della Fondazione Istituto Gramsci, a cura di Linda Giuva, Roma 1992, p. 6.

[4] Cfr. Edmondo Paolini, Altiero Spinelli. Dalla lotta antifascista alla battaglia per la Federazione europea, Bologna 1996, pp. 33, 104, 181 e segg.

[5] Per il cenno di Spinelli al congresso di Biella, cfr. Altiero Spinelli, Come ho tentato diventare saggio, io Ulisse, Bologna 1984, p. 87. Il Congresso giovanile precedette di poco il celebre Congresso di Lione.

[6] Come è noto, il periodo della “svolta” fu drammatico anche per la dirigenza del partito italiano. Alla fine del ’29, il C. C. decide l’espulsione di Angelo Tasca, inaugurando una sequenza che porterà all’emarginazione di ben cinque membri su otto dell’Ufficio Politico del ’28. Dopo Tasca fu la volta dei cosiddetti tre, Leonetti, Tresso e Ravazzoli e infine di Silone, nel luglio ’31. L’adesione di Togliatti alla linea dell’Internazionale si manifestò nell’articolo “Necessità di una svolta”, apparso su Stato Operaio nel febbraio del 1930. Cfr. tra gli altri Paolo Spriano Storia del Partito Comunista Italiano. Gli anni della clandestinità , Bologna 1990, capp. IX–XVI, in specie pp. 163, 181, 260, 311, 319–20, nonché Giorgio Amendola, “La grande crisi, il partito comunista italiano e la ripresa antifascista”, in Studi Storici, XVIII (1977).

[7] Cfr. Michele Mancino, Lotte contadine in Basilicata, Salerno 1983, p. 3 e segg.

[8] Cfr. Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, Milano, 1971vol. VII, ad vocem, p. 442. Per il ruolo di “Jean” a Basilea, cfr. in Istituto Fondazione A. Gramsci, A.P.C., fasc. 1101, ff. 2–7, “Inchiesta sugli incidenti nelle carceri”, e in particolare f. 3, “Inchiesta sul centro di Basilea”, a cura di “Jacopo”, in data 1 settembre ’32.

[9] Decoratore, nato a Vignole nel 1882, Pianezza era emigrato giovanissimo dapprima in Svizzera e poi in Germania, dove era stato minatore, e al suo ritorno in patria aveva subito aderito al socialismo. Nei giorni delle sommosse del 1917 a Torino, in licenza dal fronte, era stato arrestato per aver tenuto un comizio antimilitarista in uniforme. Come operaio della Fiat aveva partecipato nel 1920 all’occupazione delle fabbriche. Dopo l’avvento del fascismo, Pianezza operò per il partito in Sicilia, Calabria e Basilicata. Arrestato nel ’25, tre anni dopo venne condannato dal Tribunale Speciale a quindici anni di reclusione. Ivi, vol. IV, p. XXX, ad vocem e A. Spinelli, Come sono diventato…, cit., p. 158 e segg.

[10] Fondazione Istituto Gramsci, A.P.C. 1931–1932, fasc. 981, fogli 42–45 (in particolare f. 43), nota di “Pippo” del 25 giugno ’31. Cfr. anche la nota di “Pippo” alla C. del P.C.I., sempre sulla “lettura troppo attraente delle opere di Croce” da parte di Spinelli, ivi, fasc. 701, f. 98.

[11] Ivi, f. 58 (ff. 58–63 per l’intero documento, parzialmente allegato).

[12] Ivi, fasc. 1070, ff. 5–6. La data della lettera di “Jean” è 11 gennaio 1932.

[13] Ivi, fasc. 1071, ff. 1–2.

[14] Ivi, fasc. 1071, ff. 10–12, in allegato.

[15] Ivi, fasc. 1070, ff. 64–65, in allegato.

[16] Ibidem, f. 65.

[17] Ivi, fasc. 1070, ff. 27–28, 15 febbraio ’32.

[18] Ivi, fasc. 1023, ff. 19–22.

[19] Ivi, fasc. 1023 (senza numerazione del foglio).

[20] Ivi, fasc. 1023, ff. 139–43, in part. f. 141.

[21] A. Spinelli, Come ho tentato…, cit., p. 164.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Pagina modificata Thursday 23 October 2008